La Notte di Michelangelo Antonioni


Nei lunghi piani dove l’interesse si sposta dall’azione a corpi e ambienti il tempo assume una gravità che spesso sembra opprimere lo spettatore. Una sensazione apparentemente negativa che è invece una delle peculiarità dell’innovativo linguaggio cinematografico di Antonioni: trasmettere attraverso l’immagine la psicologia dei personaggi delineandone il lato emotivo che si trasferisce dallo schermo allo spettatore. Definito il film dell’”incomunicabilità”, La Notte riesce a farci percepire la stessa gabbia invisibile che attanaglia i suoi protagonisti, la parziale incapacità di comprenderla e quindi di rifuggirla.
L’intero film diventa una sorta di vetrina dove i corpi si dispongono come automi, ignari della loro esistenza, incapaci di carpire la realtà di un mondo che basandosi sulla falsità e la precarietà dei rapporti si fa di giorno in giorno più fittizio; le mura che s’ innalzano tra i personaggi, nella società come nella coppia, si rivelano spesso nei piani dove la cinepresa si allontana tanto da creare un vuoto fisico che mima quello psicologico e il quadro si compone tra grandi pareti bianche e i soggetti che vicini ad esse diventano sempre più piccoli, inutili all’occhio della macchina come alla loro stessa vita. Dalla forma di dramma psicologico non trapela insofferenza verso la società ma immobilità, la noia di chi non riesce a ribellarsi all’ambiente, solo apparentemente vitale, che lo circonda. Siamo nella dolce vita milanese dei primi anni sessanta, dominata da imprenditori bramosi di vivere un eterno presente dove gli intellettuali privi di coscienza e amanti della mondanità altro non sono che orpelli per miliardari annoiati.
La Notte del titolo fa riferimento al centro narrativo del film, la festa in villa in onore di un cavallo da corsa. L’intera sequenza che ricorda insieme sia La Dolce Vita (girato nello stesso periodo) che La Règle du Jeu di Jean Renoir è un lungo delinearsi di quest’ambiente borghese sull’orlo del collasso. Ma se nel film di Fellini i personaggi sono immersi nell’assurdo e ne La Règle du Jeu i protagonisti sono del tutto consapevoli di vivere la vita come una farsa, gli eroi di Antonioni sono completamente succubi della loro menzogna tanto da non potersene accorgere. E’ interessante notare come in questa pellicola dove i soggetti sono incapaci di comunicare tra loro sia in qualche senso protagonista la parola. Intellettuali e imprenditori basano il loro essere sulla capacità di esprimersi, le loro parole possono sia aprire orizzonti che chiuderli, illuminare o dissimulare la realtà. Ed è appunto questa parola che paradossalmente non permette ai personaggi di comunicare.
Questo gioco tra noia e vitalità, verità e menzogna sembra incidersi fin dai titoli di testa dove la lunga panoramica su una Milano in fermento si chiude dissolvendosi sul volto di un uomo in fin di vita. La morte, reale, rispecchia la morte inconsapevole di una società che muove i suoi primi passi. Tommaso, amico di Lidia e Giovanni avverte solo alla fine dei suoi giorni quello che i personaggi ancora non riescono a comprendere, la vita così vissuta è una menzogna che inviluppa gli uomini senza che questi se ne accorgano. “E’ incredibile come non si ha voglia di fingere ad un certo momento” sono le parole di Tommaso che sembrano non sfiorare Giovanni ma che nel profondo toccano Lidia.
La donna è spesso nei film di Antonioni l’unica in grado di cogliere un senso di malessere della società riflesso però dallo schermo del microcosmo della crisi coniugale; in questo caso l’unica a percepire qualcosa è proprio Lidia, interpretata da un’imperturbabile Jeanne Moreau, la sua crisi esistenziale cerca da un lato di smuoverla, di riportarla all’azione ma dall’altro la blocca all’interno della coppia. Se ne Il Deserto Rosso, la crisi della protagonista sarà compresa, elaborata e manifestata nella nevrosi, quella di Lidia si risolverà solo nell’esteriorità, nella ricerca di un nuovo sentimento d’amore per il marito.

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I Pugni in Tasca di Marco Bellocchio



L’esordio di Bellocchio dietro la macchina da presa ha tutto il gusto delle nuove ondate europee ed americane del periodo. L’efficacia della pellicola risiede ancora nelle novità dell’impianto stilistico in grado di lacerare il passato con una messa in scena svincolata da dogmi cinematografici e nell’irruenza con cui il regista tratta temi “delicati” come rapporti familiari, malattia fisica e mentale.
Parte del merito della riuscita del film va attribuita alle interpretazioni degli attori principali tra le quali brilla quella di Lou Castel: l’allora giovane attore donò al suo personaggio, Sandro, una malinconica follia ornata da una fredda crudeltà di uno splendore senza pari.
L’intera vicenda ruota attorno ad una famiglia di provincia, un tema che in qualche modo può esser considerato attiguo alla realtà italiana. In tal modo Bellocchio si avvicina ai grandi esordi dell’epoca: trattare nello specifico un argomento per quanto possibile prossimo all’ambiente conosciuto così da prendere le distanze dalle grandi storie “da cinema” per poi mescolarvi uno stile innovativo e personale; in questo caso il regista saggia melodramma e crudo realismo, simbolismo ed echi di rivoluzione. E’ la dissacrazione della famiglia borghese e del modo cattolico d’intenderla. Il cinismo del film è un mezzo necessario a rappresentare la palingenesi della generazione che da lì a pochi anni sarà protagonista dei movimenti del ’68.
In una villa della provincia piacentina vivono insieme alla madre cieca quattro fratelli. Questa casa isolata diventerà una gabbia dalla quale sarà impossibile evadere, un microcosmo autodistruttivo che si nutre della follia dei suoi abitanti. L’unico che sembra riuscire ad allontanarsi è Augusto, il fratello maggiore, il solo che conduce una vita ordinaria: incaricato in qualche modo di rimpiazzare il padre -che come figura è totalmente assente-, amato dalla sorella Giulia e invidiato dal fratello minore Sandro. Quest’ultimo attratto dalla vita di Augusto, dalla sua -se così vogliamo definirla- normalità, decide che per svincolarsi da questa trappola familiare è necessario tagliare tutti i rami malati dell’albero a cominciare dalla madre. Gli omicidi che si susseguono, quello della madre e poi quello di Leone, sono costruiti in un climax che fa immedesimare lo spettatore nei sentimenti vissuti in quell’istante da Sandro. Alla morte non segue sofferenza, non a caso con non poco distacco sentiremo dire: “Questa casa non è mai stata cosi viva come per un funerale”; letta in senso allegorico la morte, che è un taglio netto con il vecchio, diventa una rigenerazione: la carta della morte può essere anche quella della rivoluzione. Anche la cecità della madre può esser intesa come una cecità in senso metaforico sia della vecchia generazione come della nuova società borghese. La totale mancanza di una figura paterna simbolo sia dell’inutilità che di un vuoto di riferimenti.
Nella pellicola la malattia fisica può diventare il presupposto per leggere la realtà che ci circonda così come quella mentale diviene un modo nuovo d’intendere la vita. Colui che nel film rappresenta “la normalità” cioè Augusto, non raffigura la serenità che vorrebbe raggiungere Sandro ma l’omologazione che invece rifugge. La città con i suoi schemi diventa più claustrofobica della villa isolata, forse unico luogo dove è permessa l’espressione del proprio essere, dove la libertà esasperata fino alla follia sarà vissuta pienamente.

penny lane

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Nessuno sa ciò che succede oggi
Perché nessuno vuole che succeda qualcosa
In realtà non sappiamo mai ciò che succede
Sappiamo solamente ciò che vogliono
(…)
Ogni volta che qualcosa si è smosso in questo mondo.
E’ andato tutto per il peggio
Ecco perché nessuno si da una mossa
Nessuno osa provocare l’avvenire

2 ou 3 choses que je sais d’elle di Jean-Luc Godard


"Parto tranquillo sulla strada del sogno e dimentico il resto (…) Ho dimenticato tutto salvo che, poiché mi riducono a zero è da lì che bisognerà ripartire”.

Un piano, una tazza di caffè dove la schiuma si muove formando un piccolo vortice, una delle immagini più famose di 2 ou 3 choses que je sais d’elle. Come il vortice creato dalla società dei consumi, ambiente in cui viviamo e dal quale anche nostro malgrado siamo risucchiati. Ma questo gorgo potrebbe avere anche una valenza positiva, rappresentare un pensiero mutevole pronto a dubitare della realtà che lo avvolge.
Ispirato da un’inchiesta de Le Nouvel Observateur, “2 ou 3 choses que je sais d’elle” è il più scarno e acre tra i film del primo periodo. Gli ideali romantici di rivoluzione muoiono già con il volto dipinto d’azzurro di Pierrot. Il cinema di Godard si scompone: a diventare protagonista è l’immagine della quale si inizia a sperimentare profondamente il limite e la possibilità. La struttura già frammentata si svincola del tutto dalla narrazione canonica e l’interesse volge alla descrizione della società e ai rapporti che intercorrono tra oggetti e persone, evitando l’indagine rigorosa e procedendo per associazioni spontanee poiché come dirà Juliette: nessun evento è vissuto per se stesso, si scopre sempre che è legato a ciò che lo circonda. L’intenzione del film è proprio di creare uno sguardo sull’insieme mediante una struttura circolare dove vicende, oggetti e persone si uniscono in ordine di consequenzialità, oltre a rappresentare con questa forma la prigione che crea la società dei consumi dove l’uomo si racchiude consapevolmente come padrone fino a diventare inconsapevolmente schiavo del sistema che esso stesso contribuisce incessantemente a creare.
Elle è l’attrice e la donna, è Marina Vlady e Juliette Jeanson insieme soggetto ed oggetto della vita e del film. Ma elle è sopratutto la regione parigina di metà anni sessanta: passivamente pronta ad accogliere il cambiamento in forma di cubi di cemento. Il riassetto urbanistico di Parigi entra nel film da protagonista, palcoscenico vivente degli eventi. A muovere i fili “il je” di Godard, in forma di voce fuori campo spesso sussurrata e nascosta riflette sulla vita moderna e sulla crisi dell’ esistenza nella nuova società.
Il paragone con Vivre Sa Vie è spontaneo, naturale grazie all’ auto-citazione che vede riaffiorare il volto di Nanà come dipinto, allo stesso modo logico trattandosi di un film da cineasta. Entrambe prostitute, Nanà era però la donna destinata a vivre sa vie consapevole delle sue scelte e del suo destino, appagata nella sua libertà di decisione la vedevamo filosofeggiare immersa nella splendida luce di Coutard. Juliette è invece lucida, calcolatrice. E’ moglie e madre del tutto inglobata nel meccanismo. Non vede nella prostituzione il disegno di vita ma un mezzo per raggiungere uno scopo: comprare il superfluo che nella nuova società è divenuto indispensabile. La prostituzione in Godard (come peraltro più volte spiegato dal cineasta stesso), non è soltanto il mestiere in sé bensì una metafora molto più ampia dei rapporti che si vengono a creare tra l’ uomo e la società. La vendita del corpo equivale all’abnegazione che tutti compiono prima o poi per trovare un posto nella società. E’ quindi necessario uscire da questo loop.
Il riemergere dal meccanismo può avvenire soltanto dimenticando: se in molti film di Godard risuonano insistentemente le parole “vita” e “scelta” in 2 ou 3 choses que je sais d’elle la parola che risuona più spesse è “dimentico”.
Quello che è un cinema teso tra teatralità e veridicità di gusto neorealista nasconde spesso dietro il farsesco una complessità di spirito e una profondità notevole. I personaggi godardiani assorbono e si nutrono del periodo in cui vivono anche quando il film (e una lettura superficiale) li presenta come completamente avulsi dall’ ordine sociale. I protagonisti di 2 ou 3 choses que je sais d’elle, proprio per questa ragione ci appaiono del tutto ordinari. La loro alienazione nasce dalla percezione della società parigina dell’ epoca, la loro è quindi una maschera naturale fattagli indossare dal sistema. Soltanto quando riescono a liberarsi da questo limite in cui sono finiti possono riprendere coscienza del loro essere. E’ nel momento in cui i personaggi escono dalla vicenda che inizia la riflessione: l’azione si blocca e in ambienti molto spesso (e non a caso) riempiti di specchi gli attori, sguardo in macchina, smettono di prostituirsi e riprendono coscienza del loro essere.
Come i personaggi escono dal film per poter pensare così è necessario secondo Godard uscire dalla realtà in cui si vive per poter costruirne una nuova. Il mondo quantomeno irreale che nasce da questa scissione non si trasforma assolutamente in un luogo fittizio, ma nell’unica possibilità che ha l’uomo di liberarsi dal sistema.

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Viridiana di Luis Buñuel


La polemica che Buñuel rivolge alla religione è un attacco all’idealizzazione del mondo e la poetica del Maestro che fa capo all’avanguardia surrealista, si pone – banalizzando al massimo– di vedere la parte sommersa dell’ice-berg. E’ in quest’ottica che va letta Viridiana: da una parte la prospettiva rovesciata, anti-idealistica e non religiosa, che non sia il bene a trionfare sul male ma anzi il contrario e dall’altra la volontà di leggere ciò che non è scritto.
Viridiana è una giovane novizia che, su consiglio della madre superiora, poco prima di pronunciare i voti si reca a trovare Don Jaime, suo zio e suo benefattore. E’ da questo ritorno nella quotidianità che Buñuel fa scontrare la ragazza (che nella sua veste di religiosa rappresenta il bene) con la realtà che invece scoprirà essere permeata dal male. La pellicola è una sintesi di tutti i temi cari al regista: vi troviamo il suo spiccato animo anticattolico e antiborghese, l’indole anarchica, il cinismo verso il moralismo e naturalmente l’attenzione alla sfera psicoanalitica.
Don Jaime rappresenta un’antica aristocrazia terriera spagnola, dedita alle opere di bene e al lavoro. La moglie di Don Jaime è morta il giorno delle nozze e da allora l’uomo per ricordarla usa indossare il suo abito da sposa. Una sera convince Viridiana ad indossare l’abito della defunta moglie e dopo averla addormentata cerca di abusare di lei senza però riuscirci. Il mattino dopo le fa credere d’averla posseduta gettando la ragazza nello sconforto. Viridiana decide quindi di tornare in convento, ma appena prima di salire sull’autobus viene a conoscenza di una terribile notizia: Don Jaime si è impiccato.
In questa prima parte del film Buñuel utilizza uno dei suoi abituali e amati cliché: quello del lapsus d’azione. L’evento, cioè, che prende una strada del tutto diversa a causa di una circostanza che imprevedibilmente non ha luogo. La morte della moglie il giorno delle nozze rimanda al feticismo sessuale di Don Jaime; il mancato atto d’amore porta al suicidio e soprattutto la mancata partenza, per una manciata di secondi, di Viridiana, sancirà, con il ritorno a casa dello zio, la definitiva sconfitta del “bene”.
Ritornata alla tenuta Viridiana incontra suo cugino Jorge. Egli rappresenta il doppio moderno del vecchio Don Jaime, lo sviluppo dall’antica aristocrazia terriera alla borghesia rampante. Buñuel, ricalcando quello che all’epoca nella società spagnola fu il passaggio da “vecchio” a “nuovo”, mostra come un popolo pur apparentemente evolvendosi, conservi in sé le medesime accezioni negative che hanno caratterizzato le generazioni precedenti. La ragazza decide di rimanere ed approfittare di una parte della casa per esercitare il suo spirito di religiosa, trasformando una parte del possedimento in un ostello per poveri. La critica di Buñuel si rivolge ai mendicanti esattamente come alla ricca aristocrazia e ai religiosi, tra questi mondi per il regista non c’è alcuna differenza: è solo la compassione (intesa nel suo significato più popolare ovvero come pietà e non come patire con ovvero soffrire insieme) che porta l’uomo a guardare alla miseria senza la lucidità necessaria. Per sottolineare le similitudini tra questi mondi Buñuel, lavorando sul montaggio, contrappone la scena in cui Viridiana prega insieme ai mendicanti alle immagini di operosità del lavoro, al fine di porre l’accento sul meccanicismo di entrambe le azioni. Dal punto di vista del montaggio, anche se del tutto funzionale al racconto, è uno dei rari guizzi di ricerca stilistica presente nel cinema del Maestro. Buñuel non è tanto interessato alla ricerca estetica quanto al voler trasmettere le sue tesi, costruendo il film in una forma abbastanza semplice di melodramma. Le sue immagini sono pacate, il bianco e nero sobrio e la macchina da presa segue le azioni dei personaggi senza scomporsi. Una dolcezza di stile che spesso può anche stonare con ciò che invece il regista sta mostrando; il tocco di Buñuel è il tocco di un maestro, le sue immagini contro la religione, irriverenti, forse blasfeme non sono mai rozze e scontate, ma sempre di una ricercatezza eccellente si schiudono e richiudono nel gioco dell’intravedere. Si pensi ad esempio a Don Jaime che guarda la bambina della governante mentre gioca con la corda (che personalmente trovo agghiacciante), oppure, celando riesce a mostrare immagini ancor più sconvolgenti: nell’epilogo del film, il banchetto dei mendicanti, due dei conviviali consumano un rapporto sessuale dietro un divano dove sono messi a dormire i bambini; Buñuel non mostra tanto i due adulti ma inquadra in primo piano i volti dei bimbi come a voler mostrare che anche l’innocenza capace di fermare l’immoralità, altro non è che un alibi di cristiana memoria. Ma è nell’epilogo del film che si condensa tutta l’anima surrealista di Buñuel: rimasti soli i mendicanti decidono di dare un banchetto nella parte della casa dove viveva Don Jaime, trasformando quella che doveva essere una cena “da ricchi” in una chiassosa orgia. Sporcano e distruggono la quiete che nascondeva la vera anima della casa, trasformano in esplicito ciò che era stato fino a quel momento celato. Per poi mettersi in posa per quella foto mai scattata sull’Ultima Cena con cui Buñuel, maestro in irriverenza, tocca uno dei picchi più elevati della sua sarcastica iconoclastia.

Le Fantôme de la Liberté di Luis Buñuel


Tatatatn... rullo di tamburi, musichetta di suspence... ho scritto una recensione su quel gioiello infinito d' intelligenza e sarcasmo che è Le Fantôme de la Liberté. Film quanto mai indicato al clima di questi bui e tristi tempi... eventualmente c'è sempre spike lee da vedere o i cohen o qualche nome di cui ignoro l' esistenza, che di sicuro ne sanno più di Buñuel...


Le Fantôme de la Liberté è un film corale dove i personaggi si moltiplicano in uno spazio che diventa intensamente claustrofobico. Figure legate tramite affinità che come colori si fondono per delineare l’ultimo grande affresco della società secondo Buñuel. Il penultimo film del Maestro ci appare così: un ricco testamento colmo delle tematiche che hanno animato la sua opera fin dall’esordio con “Un Chien Andalou”. Proprio come il primo gioiello del regista anche questo diventa uno dei suoi film più surreali, densi di significati e soluzioni di lettura. Ma dall’esordio è passato quasi mezzo secolo e la società è radicalmente cambiata e così l’approccio di Buñuel ad essa. La chiave di lettura va allora ricercata nel titolo la cui presunta irrazionalità lo rende ambiguo fin da principio. E’ davvero insensato o cela i significati di tutta l’opera? Se il nonsense nell’opera diviene realtà allora è nell’irrazionale stesso che va cercata la logicità? ...


se volete leggerla per intero trovate il seguito su CONTROREAZIONI... un blog davvero interessante che vi consiglio di seguire!(e non lo dico perchè c'è una mia recensione^^, anche perchè se non l' avessi trovato interessante non gli avrei chiesto di poter scrivere per loro)... ok smetto perchè sto dicendo scemenze e sembro la pubblcità di quelle aziende che ti danno i mutui per la casa... andate a leggere va!

le plaisir des yeux

Ringrazio Richmond di Ultra(s)cinema per il premio che mi ha assegnato che a mia volta dedico a quelli che passano di qua di solito!



Che dire non sono riuscita ancora a riscrivere nulla... vi linko una cosina con Léaud che j' adore: °part1° °part2° °part3° ...Jean-Pierre Léaud che legge "les plaisir des yeux".

CINEMA

GODARD CINéMA



Sono in latitanza per motivi pseudo-lavorativi, riscrivo solo perchè mi sta a cuore il cinema e DEVO dirvi che DOVETE ASSOLUTAMENTE ricordarvi di vedere e registrare -possibilmente- il capolavoro di Marker che il Sig. Ghezzi metterà domenica notte su rai3... nottate che potrebbero benissimo sostituire tutte le orrende uscite al cinema di questo periodo. Ovvero questo capolavoro:


LE FOND DE L' AIR EST ROUGE



Documentario di tre ore (anche Ghezzi da la versione da tre ore, ma ci sono versioni più lunghe), di bellezza sconvolgente che si reperisce difficilmente in dvd (per la verità non sono neanche sicura che ci sia) e tantomeno si riscono a trovare i sottotitoli in italiano... quindi mi raccomando... guardatelo!

Ostia di Sergio Citti

Il mondo elementare del sottoproletariato di periferia indossa i vestiti della fiaba. Affiora nei quadri dalle tinte forti, vive, pulsanti. L’oro dei campi, l’azzurro del cielo e del mare di Ostia, le mura bianche di un carcere si trasformano nel palcoscenico privilegiato per la messa in scena dell’esistenza.
Citti prende i suoi stupendi protagonisti, la gente della borgata, e compone con quelle “facce da poveraccio” tanto amate anche da Pasolini, dei quadri di strepitante bellezza. I corpi, i particolari sono immortalati da inquadrature tendenzialmente fisse; l’occhio che da sempre rifugge la brutale verità del povero, si accosta tanto fino a poter regalare allo spettatore uno sguardo ravvicinato in forma di primi e primissimi piani. I figuranti si muovono, si sistemano sul palco per comporre delle rappresentazioni dall’incisivo gusto pittorico. L’equilibrio precario della vita dei margini diventa nelle mani del regista una stabilità di gusto classico e la miseria più nera è baciata dalla luce del Caravaggio; ma Citti non ha solo rappresentato, filmato, è riuscito ad estrapolare dal grigiore di un mondo le sfumature vivide dell’anima dei suoi protagonisti, ha ridonato alla realtà che celebra i colori che la società, l’arte e il cinema da sempre gli hanno eluso.
Bandiera (Laurent Terzieff, splendido protagonista de La Via Lattea) e Rabbino (Franco Citti, indimenticabile volto di Pasolini) sono i figli della provincia italiana. Insieme figli dell’anarchia e del cattolicesimo, di quelle due religioni, oppio necessario ai poveri per cercare di alleviare le difficoltà della vita. Sono anche gli eredi della contraddizione, dell’Internazionale cantata col Cristo al collo, della luna beffarda che illumina di onirico pallore la follia di una mamma che combatte il marito ubriaco a colpi di Ave Maria. Gli eroi di Citti sono gli eroi della strada, la loro battaglia è quella della sopravvivenza, mai celebrata ma antica ed epica come altre gesta. Anche quando assassini, anche quando ladri alla maniera degli eroi -perché anche gli eroi uccidono- non ci appaiono mai colpevoli, poiché come dirà Rabbino al confessore il peccato lo fa chi fa rubà, no chi ruba.
In fondo sono tutti vittime che però non vediamo tali, poiché consce del loro essere. Vittime sacrificali della vita, quasi nel senso cristiano del termine, che accettano il loro destino quale che sia. Le immagini dei due bimbi che cantano nudi come il sacrificio d’Isacco, la pecora dell’innocenza uccisa brutalmente per esser poi mangiata sul tavolo bianco dell’ultima cena, il fratricidio di biblica memoria. Come la donna, bionda apparsa dal nulla, fata trovata in un campo, Vergine abusata ma non offesa; per Rabbino e Bandiera è insieme il tutto: puttana, amante e sorella. Come Eva sarà poi colpevole di rompere il labile filo che li unisce, il paradiso terrestre creato in quel rapporto d’amore tra i due fratelli. E poi la fine, la morte; un corpo disteso nella notte di Ostia ad attendere che la mattina porti con se la nuova vita, i prodotti del “boom” che trasformò in un battito di ciglia le capanne in anonimi cubi di cemento. La nuova realtà arriva silenziosa ma grave, trafigge come un raggio di sole e brucia davanti al mare delle sirene quegli ultimi due baluardi di cultura antica, che per la prima volta si rendono conto di esser dei miserabili, poiché questo nuovo, triste, spietato mondo è così che li vuol vedere.
Ostia è il film di Sergio Citti, è il soggetto di Pasolini ma i suoi figli sono i figli dell’Italia delle province, delle borgate, dei paesini; una brulicante umanità di bellezza inconsapevolmente cinematografica che sopravviveva nella strana logica del dignitoso galateo della strada. L’infanzia bistrattata, la brutalità della povertà ci appaiono attraverso gli occhi del regista pervase da un sentimento di bonarietà, di fratellanza, di amore. In questo mondo duro fatto di cocenti ingiustizie non si respira neanche per un secondo rabbia e cattiveria: c’è nella sua anima la sana accettazione della vita per quello che è senza nessun tipo di rancore, e questo è uno dei messaggi più belli che si possano trasmettere, spiegare, onorare in una pellicola. Ostia è un film meraviglioso, splendido sia dal punto di vista estetico che da quello concettuale. Un esempio di grande cinema italiano che racconta la sua gente, rifuggendo le tinte del “pittoresco” che tanto hanno connotato certo cinema ben più popolare di quel periodo. Sergio Citti non ne ha avuto bisogno, si è immerso nel fango della sua gente e l’ ha amato, servendosi dei colori del cinema per immortalare i colori della vita.



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cinema/poesia


(la poesia)

"A mio parere, il cinema è sostanzialmente e naturalmente poetico [...] perché ha il carattere del sogno, perché è vicino ai sogni, perché una sequenza cinematografica è la sequenza cinematografica di un ricordo o di un sogno e non solo questo, ma le cose in se stesse sono profondamente poetiche: un albero fotografato è poetico, un volto umano fotografato è poetico, perché la fisicità è poetica in sé, perché è un'apparizione, piena di mistero, piena di ambiguità [...].

Pier Paolo Pasolini


(la dignità)

OH MAGNAMO, E VIA. A TUTTO C’È RIMEDIO... MENO CHE ALLA MORTE

Shadows di John Cassavetes


Ombre di anti-eroi nella città che non dorme mai, ombre di una generazione con un’identità non trovata. Shadows è l’esempio di un cinema che è riuscito a schivare le tendenze predominanti per crearne una propria. Uno di quegli esordi favolosi, che hanno la spontaneità di un nuovo cineasta e il coraggio dell’ originalità. Lontano dalla “fabbrica” hollywoodiana e nato nel clima innovatore del New American Cinema, si discosta anche da quest’ultimo rifuggendo lo spiccato sperimentalismo delle avanguardie newyorkesi. Un cinema che quindi si distacca dai modelli americani del periodo per trovare un’identità, e nel quale casomai si può rinvenire una matrice di stampo più europeo.
In Shadows predomina l’intenzione di raccontare attraverso la realtà, di creare la finzione basandosi sulla quotidianità e l’interessante volontà di cercare l’aspetto narrativo in un cinema diretto.
Il film non ha una storia vera e propria, si pone piuttosto come un episodio che non ci presenta né un’inizio né una fine evidente; è una scena aperta al cui interno si articolano atti che raccontano una parte di vita di Hugh, Ben e Leila, tre fratelli neri nella New York della fine degli anni ’50.
Cassavetes ha scavalcato sapientemente il binomio razziale bianco/nero, smitizzando una retorica contrapposizione che, nel cinema americano, è spesso presente. L’esempio palese è Leila: il bianco e nero della fotografia non ci fa capire di quale “colore” sia, la confusione visiva diventa l’incentivo per non guardare la persona esteriormente, per ciò che appare, ma piuttosto per guardare la sua interiorità. Cassavetes ha presentato personaggi/persone senza sentire il bisogno di racchiudere l’uomo in etichette e categorie, ma ha cercato di accomunarlo per le esigenze dell’anima. Quello che interessò a Cassavetes era mostrare uno stralcio dei comportamenti di una nuova generazione, una generazione disimpegnata, allo sbando.
La costruzione di questa realtà reale, non si attua però nei tempi lunghi dei piano sequenza o nell’eccessivo indugiare sui tempi morti. Esaurito qualche punto, come i primi piani dei volti attraverso i quali cerca di esteriorizzare i sentimenti intimi dei protagonisti, è abbastanza canonico e funzionale allo svolgersi della pellicola. Come il montaggio che sembra voler rassicurare lo spettatore, nessuno si sente spiazzato dal montaggio o dalle inquadrature, considerando anche che siamo in un periodo dove il lavoro sulla forma ha creato opere ben più rocambolesche. La macchina da presa di Cassavetes prova a ricostruire ciò che altrimenti sarebbe stato incomprensibile, in modo che montaggio e macchina da presa organizzino un racconto che a priori non c’era. Ciò che rende Shadows interessante è il fatto che il film riesce a lasciare del tutto all’improvvisazione dei protagonisti, il suo stesso svolgersi. La storia non è stabilita, si costruisce mano a mano attraverso gli incontri, le discussioni, i dialoghi tra i protagonisti; c’è quindi ad ogni livello l’intreccio con l’esistenza, poiché Cassavetes non solo ha mostrato la vita ma ha fatto sì che proprio come questa si svolge passo a passo allo stesso modo il film si costruisca piano per piano; e lo spettatore è coinvolto proprio da questo continuo work in progress che soltanto alla fine donerà un’immagine apparentemente compiuta.

Cinema/Cinéma


"…perché fare del cinema? Lo trovo disonorevole. Disonorevole e antiquato. E’ vero! Cos’è il cinema? Un faccione che fa delle smorfie in una saletta. Bisogna essere imbecilli per trovarlo bello! Ma sì! So quel che dico! Il cinema è un’arte illusoria. Il romanzo, la pittura…d’accordo. Ma non il cinema!"



da charlotte et son jules

Les Chansons d' Amour di Christophe Honoré

Les Chansons d’ Amour è un film dolce e amaro, un film d’ amore e sul bisogno di amare ed essere amati. Christophe Honoré riesce a coniugare con dolcezza il nostro mondo con la nostalgia per un tempo che fu e vuole ancora essere.
Rievoca lo spirito di un cambiamento, fin dall’ inizio, dove i titoli di testa ricordano - o forse omaggiano graziosamente - Les 400 coups. La cinepresa si muove per le strade del decimo arrondissement e nei volti avvolti da una nebbiolina uggiosa di una qualunque giornata d’ inverno, ci sono persone. Parigi è ancora viva, certamente diversa, ma riesce ad entrare nel film con lo stesso tenero vigore, Parigi di nuovo attrice. La ritroviamo ideale come in Truffaut e reale come in Godard. Honoré fa divincolare gli attori nel traffico, sui marciapiedi dove i passanti, incredibilmente, si voltano ancora a guardare la cinepresa.
Ma è anche un film pienamente radicato nel presente, che racconta l’ incontro e l’ amore, lo smarrimento e la morte. Un dramma che si costruisce nella forma di commedia musicale, dove gli attori cantano con voci dolci e sussurrate le canzoni di Alex Beaupain.
Ismaël (Louis Garrel) è innamorato di Julie (Ludivine Sagnier) ma anche di Alice (Clotilde Hesme) e non riesce ad essere abbastanza maturo da poter pensare di “sistemarsi” con la prima. Alice, come canta, si trova a fare da ponte tra i due. Questo rapporto a tre è un po’ un’ idillio alla Jules et Jim, ma non manca di momenti che strizzano l’ occhio a La Maman et la Putain. Poi Julie muore, inaspettatamente. L’ elaborazione del lutto da parte della famiglia della ragazza. Le difficoltà di Ismaël davanti a questa morte assurda che è anche perdita di una stabilità affettiva già precaria. Poi la sua rinascita grazie all’ amore, che Erwann riesce, dopo aver insistito con tanta tenacia, a dargli e a ricevere. A tenere insieme la storia sono proprio le canzoni, come dei momenti sognati, dalle quali si percepiscono con immediatezza i sentimenti dei protagonisti.
Gli omaggi di Honoré sono davvero tanti, ed è piacevole poter riconoscere i piani che questo film di nuovo millennio si è fatto prestare dal passato. Rivivono le inquadrature di Eustache, Demy e Godard; chiare, vere e proprie citazioni che non si nascondono. Alimentano indubbiamente una vena nostalgica ma, allo stesso tempo, trovandosi nelle scene decisive allo svolgimento narrativo, finiscono per essere parte integrante ed indispensabile del film. Allo stesso modo troviamo la struttura narrativa divisa in capitoli, le didascalie e le insegne luminose di Godard, i libri di Truffaut.
L’ unico neo di tanto citare sta nei momenti in cui Garrel recita alla Léaud. Benché ai piani alti(1) sia stato detto che il giovane attore poteva ricordarlo (e, in effetti, Les Amants Réguliers ne era una prova) va detto che la differenza tra voler ricordare e imitare può diventare labile, e indirizzarsi verso la seconda è drammatico. La recitazione manierata, le espressioni e i gesti allucinati di Léaud poco gli si addicono. Ismaël/Garrel, con il suo aplomb da bel tenebroso stona nelle vesti dell’incerto Doinel(2). Ma per un personaggio che fa un passo falso, c’è n’ è un’ altro cui Honoré invece ha reso grazia. Jeanne, sorella maggiore di Julie, è interpretata da una splendida Chiara Mastroianni. L’ attrice riesce, anche se in una parte marginale, a fare onore a cotanto cognome. La sua è una parte intensa ed il regista è abilissimo nel cogliere attraverso i primi piani ogni sfumatura del suo volto, dove nel carattere marcato e negli occhi sognanti rivive anche un po’ del nostro cinema.

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Les Chansons d’ Amour è un film da amare. E’ una pellicola intensa ma che scorre bene, che citando crea e che riesce ad essere ben equilibrata tra presente e passato, sogno e quotidiano. Il suo vero omaggio alla Nouvelle Vague sta nel voler nuovamente parlare al presente, nel voler cercare lo straordinario nell’ ordinario, nel tentare di raccontare quella che per un certo tipo di cinema presuntuoso è la banalità e che per altri, invece, banalità non è perché come diceva Zavattini, il banale non esiste. Ma è anche un film da difendere perché è un cinema che racconta di noi. Honoré ha reso giustizia alla generazione che ritrae. Questa generazione, che è anche la mia, poco presente al cinema se non in veste frivola o da soap opera, desiderosa di ottenere una parte in tv, precaria in ogni senso e spesso sconfitta. Oppure che diventa vincente solo quando scappa dal mondo, si agita isterica fuggendo dalla società che l’ ha creata.
In questo film non fugge nessuno, al massimo si scappa per un po’, neppure troppo lontano, per poi ritornare. C’è lo scontro con la politica e la società, c’è chi fa il giornalista e non l’ aspirante velina. E insieme alla realtà ci sono i sogni, l’ amore in tutte le sue sfaccettature, la vita.


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(1) Cahiers Du Cinéma, in un' articolo a proposito de Les Amants Réguliers
(2) In certi memorabili passaggi di Baisers Volés e Domicile Conjugal.

pubblicato anche su CONTROREAZIONI

Mon Oncle di Jacques Tati

Mon Oncle è un film davvero intelligente. Trova la sua forza in una forma allegra e coinvolgente, e allo stesso tempo solleva uno dei problemi che con il passare degli anni ha assunto toni tutt’altro che ilari: la profonda stupidità che dilaga nella società dei consumi.
La trama del film è incentrata sulla contrapposizione di due mondi nella medesima città che è, già in sé, immagine di tutti quei luoghi che prima di essere divorati dal cemento vivevano ancora a metà tra passato e futuro. Nel quartiere nuovo vivono i coniugi Arpel mentre Monsieur Hulot vive nella parte vecchia. Come filo conduttore tra i due mondi troviamo il piccolo Gérard, figlio degli Arpel, che alla vita moderna dei genitori preferisce di gran lunga quella di Hulot, suo zio.
Il film non procede con una narrazione vera e propria, si costruisce mano a mano nel susseguirsi di episodi che hanno come punto di riferimento la figura di Hulot, che costituisce il centro dell’azione. Monsieur Hulot, interpretato dallo stesso Jacques Tati è un personaggio che affonda le sue radici nella grande tradizione del comico ai tempi del muto: le connotazioni fisiche che lo rendono immediatamente riconoscibile (l’impermeabile, l’ombrello, il cappello e la pipa), la marcata gestualità, il rapporto comico che s’ instaura tra l’uomo e lo spazio e la quasi totale mancanza dell’espressione verbale.
Monsieur Hulot è una figura stramba e sognante; il suo mondo ideale non è quello della modernità, ma quello dal sapore antico del quartiere caloroso e pittoresco in cui vive. Le case vecchie, la piazza sempre animata da un’umanità varia e chiassosa che vive avvolta nella luce e nella musica. Tuttavia Hulot è legato tramite la sorella al mondo moderno, ed è proprio in questo mondo estremamente preciso pulito e ordinato tanto da sembrare finto che Tati ambienterà i vari ed esilaranti siparietti. L’azione si spiega nell’attenzione che il regista volge ai gesti banali e ai riti quotidiani degli abitanti della parte nuova. Tati sottolinea attraverso l’ironia come tutto ciò che la modernità proponeva per migliorare lo stile di vita può ribellarsi contro i suoi beneficiari rendendoli buffe caricature di se stessi (splendide le sequenze in giardino dove nessuno sa dove può mettere i piedi).
Il bersaglio preferito di Tati è la piccola borghesia consumista che in Europa si stava sviluppando proprio alla fine degli anni cinquanta. Il regista ebbe una lungimiranza invidiabile nel descriverne i lati negativi in un periodo in cui si credeva che la modernità potesse provvedere a tutto. E fu ancora più acuto nel rivolgere l’attenzione non tanto all’alienazione dell’uomo nella società moderna (Monsieur Hulot in fondo non cerca un posto in quella società né soffre perché non vi appartiene) quanto alla stupidità di chi invece nella corsa al nuovo crede talmente tanto da non accorgersi che ne diventa vittima; gli Arpel, parafrasando qualcuno che di consumismo se ne intendeva, non fanno altro che comprare la corda alla quale impiccarsi.
Ma a differenza del successivo epico Playtime, dove il passato è stato definitivamente divorato dal falso progresso e dove del vecchio non rimarrà che un timido ricordo nella fioraia all’angolo della strada, in Mon Oncle la visione di Tati è ancora nostalgica: il regista volge uno sguardo di speranza a quel passato che amato dai sognatori, dai bambini e dai cani potrebbe ancora salvarci.

la civiltà dei consumi



“…quella aculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi invece riesce ad ottenere perfettamente; distruggendo le varie realtà particolari… e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che in fondo non ce ne siamo resi conto; è avvenuto tutto in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni…
È stato una specie di incubo in cui abbiam visto l’ Italia intorno a noi distruggersi, distruggersi e sparire e adesso risvegliandoci, forse, da quest’ incubo e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare.”


Pier Paolo Pasolini, 1974



Questa citazione è tratta da PASOLINI E LA FORMA DELLA CITTA' merita una visione, forse anche più di una...

L' Atalante di Jean Vigo - il cuore del cinema


Basta solo pensare a L’Atalante di Vigo per avere negli occhi l’immagine dell’incanto. Guardi L’ Atalante e ti chiedi quale sia il suo mistero, come possa con il suo pacato lirismo trastullarsi tra il cuore e il ricordo, sfuggendo la ragione. Puoi dire: “E’ L’ Atalante, è il cuore del cinema, è il film più bello del mondo…”. Ma L’Atalante elude anche le parole, le definizioni e insieme il tempo. Perché Vigo, animato dal suo gioioso anarchismo, con questa sua figura così romantica di autore perseguitato dalla sorte avversa, ha celato nella celluloide il segreto del cinema e della vita.
Nemmeno questa sua aurea di mito, che lo avvolge, che lo culla tra le braccia del tempo da ormai tanti anni può spiegarlo. L’Atalante è più grande anche del suo stesso mito, lui appena nato ha imparato a correre più veloce, fino a superarlo; e mentre passeggia così verso l’infinito, ogni tanto si ferma per voltarsi indietro, ti strizza l’occhio e si fa guardare un po’ nella sua ammaliante bellezza.
L’anarchia di Zéro de Conduite e il volteggiare della macchina da presa di À Propos de Nice, che si muove musicalmente nello spazio, confluiscono ne L’ Atalante.
Anche se parlare d’inquadrature può sembrare del tutto riduttivo, va almeno citata la fondamentale collaborazione di Boris Kaufman; dietro la macchina da presa per i primi due e alla fotografia per L’Atalante contribuì a donare a queste pellicole un tocco di modernità e di originalità incredibile rispetto al cinema del periodo. Ne L’ Atalante i piani non sono semplici finestre che ci permettono di assistere alla rappresentazione, ma sguardi intensi che s’ impregnano di poesia: le inquadrature ribassate fino a terra, i corpi avvolti dalla nebbia ripresi ora dall’alto ora dal basso, le infinite angolazioni sperimentate per ricreare, proprio attraverso gli stessi giochi di macchina, la tensione emotiva; la macchina da presa finisce per sembrare un uomo nascosto che “spia” questi avventurieri, dagli angoli più nascosti del battello.
Quella de L’ Atalante è la storia di un amore tra Jean, capitano di battello e Juliette, ragazza di paese. E’ l’amore ritratto nel momento più avventuroso quello in cui la relazione inizia e la coppia comincia a scoprirsi, forse il momento più magico dell’amore, che poi interesserà tanto anche la filmografia di Truffaut.
L’amore di Vigo è un’amore libero, ma di una libertà non canonica, è un amore che è libero senza pretenderlo poiché spontaneo. Una spontaneità innocente e perciò impunibile, fatta di grandi slanci di passione ma anche di liti e separazioni un po’ infantili. Ecco, L’Atalante di Vigo è un film spontaneo, se proprio si vuol parlare di anarchia, è l’anarchia del sentimento che porta gli eroi di Vigo a vivere l’amore come un luogo incantato, un castello delle fiabe; e lo spettatore a vivere il film con la stesso sentimento dei protagonisti. Questo incanto è ripreso in tutta la pellicola, la chiatta che naviga placida lungo la Senna grigia, avvolta dalla nebbia, diventa un luogo fantastico ancor più dei velieri di Jules Verne che solcavano oceani per giungere in terre lontane.
Come fantastica è la cabina dove Pére Jules, vecchio lupo di mare, nasconde i suoi tesori e la sua vita. La figura del vecchio marinaio, con il corpo coperto di tatuaggi e le sue mille avventure da raccontare evoca il mondo sconosciuto, terre esotiche, il mistero. Lo stupore di Juliette nel vedere oggetti strani e a lei nuovi, quella cabina che nasconde l’ignoto tra gatti, carillon e mani mozzate. Ed è come se anche noi vedessimo tutti quegli oggetti per la prima volta, lo stupore di Juliette è anche nostro. Vigo non filma: proiettando il suo sguardo, proietta quello dello spettatore.
Jean si tuffa, disperato nella Senna per vedere il volto della sua amata. Quella sequenza che fa tenere il fiato sospeso, di uno splendore senza paragoni. Mentre nuota e la cerca, lei appare nel suo abito da sposa. Lo sguardo di Jean è nostro, perché basta chiudere gli occhi per far apparire L’ Atalante.
Penso che, in generale, i film più grandi siano proprio quelli che riescono a far vivere allo spettatore i sentimenti dei protagonisti, non si tratta di sentire la storia o di immedesimarsi o di riconoscersi in un personaggio piuttosto che in un altro, ma di vivere l’emozione. E Vigo ci riesce, filmando un sogno. Un sogno plausibile, che nutrendosi di una fantasia infantile può trovare le sue basi solo in una realtà prossima. E’ come quando, da bambini, mentre si giocava, un angolo del giardino poteva trasformarsi in una giungla da esplorare. Vigo ha filmato questo giardino, ma noi continuiamo a vedere quella giungla; ecco credo che la magia sia tutta qui, ma potrei anche sbagliarmi, dopotutto è L’Atalante, è il cuore del cinema, è il film più bello del mondo…

Merry-Go-Round di Jacques Rivette

Merry-Go-Round è un thriller, almeno per l’impostazione iniziale e per il canovaccio del soggetto: la ricerca di una fantomatica eredità. Ma lo spirito con cui si visiona questo film è un altro, è quello del sentirsi catapultati nel profondo dell’immagine.Ci sono film coinvolgenti, ma sono rari quelli in cui ti senti all’interno stesso del film, di vivere l’azione da un punto di vista privilegiato. Il soggettivo di Rivette diviene anche il nostro soggettivo.
E’ un film che ha il sapore della vita, del guardare il ritratto di ciò che è l’uomo nella sua psiche, nella sua natura intima e contorta d’essere umano e che come l’uomo oscilla tra un mondo “pubblico” e concreto e il mondo privato e spesso sconclusionato dell’anima. Per una durata di 160 minuti, la pellicola scorre lenta, indolente. Una lentezza che però si avverte leggera e soprattutto confortante, è uno specchio che riflette, che ci riflette, e che potremmo osservare per ore senza stancarci mai. La sceneggiatura stuzzicante piena di idee e doppi sensi porta la firma della Schiffman, e si sente: dai dialoghi non si percepiscono storie ma idee, buttate là, forse per poter discutere, di dubbi cui tutti possiamo trovare risposte. Si avverte la favolosa impronta di un cinema cinefilo. Ogni canone stilistico è completamente abbandonato, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo della dimensione temporale. I tempi dell’inquadratura spesso non coincidono con quelli della fruizione, sono tempi dilatati e svincolati dalla storia. Passano lunghi minuti in cui non si dicono parole o non si svolgono azioni, la camera indugia su particolari che sembrerebbero irrilevanti. Un fare cinema che si discosta dall’oggettività stilistica per avvicinarsi alla soggettività umana, dove il tempo riesce ancora ad essere un concetto abbastanza relativo, dove in pochi minuti si riescono a dire quante più parole che in un’ora intera o momenti dove spesso è il silenzio ad essere protagonista. Le inquadrature sono una delizia per l’occhio, la macchina si muove in continuazione, a coprire l’ampio ventaglio dei modi di mettere in quadro: lunghi piano sequenza si alternano ad un montaggio veloce e singhiozzante così come la camera fissa, spesso con il tono dell’inquadratura televisiva, s’ alterna ad una camera del tutto mobile. Rivette fa un ampio utilizzo della camera a mano con cui segue i personaggi donando alla pellicola una piacevole nota amatoriale. La camera riprende i personaggi che corrono e corre anch’ essa, si muove, saltella ai limiti della sopportabilità.
Anche l’elemento musicale è usato con un tocco di originalità: rappresentato dalle riprese in studio di due musicisti, ricorre come leit-motiv per l’intero tempo del film; il fuori campo entra dentro il campo in una sorta d’interpunzione fin dai titoli di testa e l’immagine è ripetuta più volte durante tutta la lunghezza della pellicola.
Protagonisti della storia sono Maria Schneider nei panni di Léo e Joe Dallesandro in quelli di Ben, l’amico americano. Non saprei parlare d’interpretazione o di ruoli; in questi film è sempre difficile capire dove finisce la persona e dove inizia il personaggio, se un dialogo è stato improvvisato, se un’espressione è voluta ed è stata studiata per ore o se è stata carpita per puro caso. Dallesandro non è un attore che interpreta ma che mette in scena se stesso, o almeno sempre lo stesso personaggio. La Schneider è favolosa con quell’espressione perennemente imbronciata che le dona un’aria da perfetta bambina ribelle. Il film si avvale anche di una piccola ma fantastica parte interpretata da Maurice Garrel attore straordinario al quale ogni ruolo calza sempre a pennello.“… mi piace l’idea che un film sia un’avventura, sia per coloro sia l’ hanno realizzato sia per gli spettatori. In verità, la gestazione del film è stata piuttosto agitata: l’impostazione stabilita all’inizio veniva corretta man a mano che si procedeva con le riprese, a seconda dei venti contrari, delle bonacce e delle brezzoline.
Speriamo che dalla versione definitiva del film emergano i rischi affrontati, i dubbi e la fuga degli stessi – a costo di accorgersi, al termine del viaggio, che forse abbiamo girato a vuoto”

Jacques Rivette


Ed è vero, è un film dove si percepisce l’avventura di chi l’ ha diretto, degli addetti ai lavori; è un modo di fare cinema che libera lo spettatore dal suo guscio limitante, perché questo loro viaggio nel cinema diventa anche un po’ nostro. Le parole di Rivette sono stupende e soprattutto è meraviglioso sottolineare di voler far emergere i dubbi piuttosto che la forma, perché questo ci catapulta in un universo che ha lasciato le apparenze da parte per esprimere la sostanza del pensiero. Merry-Go-Round è un film superbo, Merry-Go-Round è un film che smuove qualcosa dentro, Merry-Go-Round è un carosello, una giostra, come ci dice il titolo stesso. E noi guardandolo, se vogliamo, possiamo salire su questa giostra. E ciò è possibile solo grazie ad una piccola grande differenza: i registi fabbricano film, i cineasti invece ci donano le loro idee.

Arizona Dream di Emir Kusturica


Arizona Dream è un film ridondante, surreale nell’ immagine e dadaista nello spirito. Axel (Johnny Depp) è ancora giovane ma è già disilluso dalla vita, al contrario di Paul, un’ esilarante Vincent Gallo che veste i panni di un aspirante attore. I due da New York torneranno in Arizona in occasione del matrimonio di Leo (un Jerry Lewis di rosa vestito), zio di Axel, che vuole insegnare al giovane nipote le regole di una vita di successo. Axel non ritornerà a New York, s’innamorerà di Eveline (Faye Dunaway) una bellissima, ma non più giovane, vedova e rimarrà a vivere con lei e la figliastra Grace (Lili Taylor); Grace è forse il personaggio più riuscito del film: una grande espressività, la faccia spesso imbronciata e uno spirito che oscilla dalla gioia di vivere al macabro senso della morte che la porta ad escogitare bizzarri tentativi di suicidio. Il ritratto ne delinea una figura particolare e favolosamente grottesca.
Il film si staglia come un collage di situazioni strambe che non seguono mai la strada della realtà, e alle volte, proprio nel momento in cui si assapora il gusto della logicità, ecco che si ricade nell’assurdo più completo. Flusso di pensieri e flusso d’immagini si mescolano. Pesci che volano nel cielo, tartarughe che si moltiplicano e un’ambulanza che volando nella luna e ci riporta indietro ai sogni di Méliès. Un film caotico, eccessivo, volutamente assurdo, che si trasforma in un inno alla follia, alla vita vissuta come un lungo sogno e con quello spirito bambinesco che dondola tra picchi di estrema felicità e disillusione. Eveline, Axel e Grace vivono in un mondo tutto loro, la casa in mezzo al deserto sembra una casetta sull’albero, un mondo a parte come quelli che costruivamo da bambini. Vivono chiusi in questo mondo lontanissimo dalla realtà.
Axel ed Eveilne condividono anche il sogno di poter volare su un velivolo senza motore. Questo desiderio nella sua interpretazione simbolica contiene anche il leitmotiv del film: il volo ha sempre rappresentato l’aspirazione dell’uomo alla libertà, soprattutto intesa come libertà interiore. Ed Eveline riuscirà anche a volare regalando un momento fantastico: Axel e Grace dall’alto del tetto della casa, assistono alla farsa d’Intrigo Internazionale con un formidabile Vincent Gallo che scimmiotta Cary Grant in una delle scene più famose della storia del cinema.
La fotografia e la colonna sonora sono eccezionali e indispensabili alla riuscita di quest’ atmosfera vagamente onirica. I paesaggi immensi del deserto naturalmente selvaggi perdono l’ aspetto del reale, il cielo si colora di un azzurro denso che si contrappone all’ oro della terra e ricorda in alcune inquadrature le tinte forti dei quadri di Dalì. La colonna sonora di Goran Bregović è del tutto coinvolgente, i ritmi tzigani entrano ed escono dalla scena e si mescolano alla voce roca di Iggy Pop. La è musica spesso interna al campo proviene dalla fisarmonica suonata da Grace e da un gruppo di mariachi, sempre presente nelle scene peculiari del film. Una musica necessaria che riesce a rispecchiare il ritmo della rappresentazione e la musicalità stessa delle immagini.
Arizona Dream è un film fantastico, irrazionale, un viaggio alla scoperta di sé e di un’America diversa o di un’America sognata.

Demain On Déménage di Chantal Akerman



Un pianoforte nero in mezzo al cielo azzurro e un appartamento costruito come una casa di Barbie. Immagini curiose per una commedia scoppiettante che regala ad ogni minuto un’ impalpabile gioia di vivere.
Charlotte è una single convinta che per vivere scrive libri su commissione. Un giorno la madre Catherine, vedova del marito, tornerà a casa. L’ appartamento risulterà troppo piccolo per entrambe e sarà messo in vendita. Le vite delle due donne s’ incroceranno così con quelle dei possibili acquirenti che torneranno più per respirare il clima spensierato che per un reale interesse riguardo l’ appartamento. Charlotte si trova alle prese con la stesura di un romanzo erotico, ma la sua avversione verso l’ amore la porta a non riuscire a scrivere, a non avere idee e a dover cercare ispirazione nelle conversazioni altrui. Charlotte è un personaggio magnifico, comico e misterioso allo stesso tempo, dall’ espressione imbronciata e dalla battuta sempre pronta. Emblematico fin dal nome, ricorda nell’ aspetto un po’ ridicolo, nei pantaloni larghi e nelle giacchette strette che spesso indossa, un suo celeberrimo omonimo maschile. Un giorno in un bar, dove si era recata per riuscire a scrivere in tranquillità, incontrerà Monsieur Popernick un’ anziano agente immobiliare rimasto solo dopo aver perduto l’ intera famiglia in un campo di concentramento. L’ uomo entrerà così a far parte della vita delle due donne e soprattutto di quella di Catherine, gioiosa insegnante di pianoforte che al contrario della figlia all’ amore vuole ancora credere.
La commedia gioca sul ritratto della psicologia femminile e sul delineare i rapporti tra persone delle più svariate estrazioni. Ma soprattutto gioca sullo spirito di sovversione e sul desiderio di libertà. Le donne della Akerman sono libere nell’ animo, vivono i sentimenti senza costrizioni, la vita senza ipocrisia e sempre con uno entusiasmo invidiabile. La sovversione che anima le protagoniste è reperibile ad ogni livello del film. La storia in sé infatti non è delineata da un susseguirsi vero e proprio. E’ la rappresentazione di una serie di momenti, di situazioni divertenti che appaiono sullo schermo come in una sorta di collage. Allo stesso modo anche la regia è estroversa e svincolata da canoni stilistici. Si predilige spesso il quadro fisso, dove gli attori e gli oggetti si predispongono come sul palcoscenico di un teatro, dove l’ entrata e l’ uscita dei personaggi rispecchia questo entrare ed uscire continuamente dall’ appartamento. I piani non seguono la logicità del tempo della storia e spesso s’ indugia su primi piani o su particolari che evadono l’ interesse di rappresentazione.
Il vero filo conduttore dell’ opera è la musica. La musica è intesa come allegria, liberazione, momento in cui si assapora la felicità della vita. E’ una musica sempre interna al campo che per lo più proviene dal pianoforte di Catherine, una musica piacevole che contribuisce a dare risalto alla spensieratezza del contesto. Inverosimilmente tutti i personaggi riescono a suonare il pianoforte a meraviglia e tutti conoscono l’ allegra Tea For Two. Si suona mentre si parla, si suona a quattro mani e anche a sei. Suonare il pianoforte significa ballare, essere sereni e farsi travolgere dall’ allegria. Forse è proprio per questo che tutti riescono a suonare, come se il saper suonare coincidesse con il saper gioire della vita e quindi tutti, indistintamente, devono esserne in grado. Ma è anche un film dove la presenza della morte e l’ incubo della Shoah aleggia in continuazione. Catherine porta spesso con sé una valigia che è solita mostrare agli ospiti. Questa che dovrebbe essere la valigia del marito, e quindi appartenere al nostro tempo, è in realtà una valigia-simbolo, una valigia di cartone che contiene un pigiama a righe, immagine che è traccia lampante del massacro. Simboli che si trovano non nell’ astrazione ma celati nel quotidiano: come il forno dove ogni volta il pollo brucia ed emette un fumo denso e nero, o la polvere bianca che ogni tanto esce inspiegabilmente dagli elettrodomestici, insieme al rifiuto apparentemente burlesco di mettersi sotto la doccia, che nasconde dietro la risata un terrore ancora vivo.
Una commedia fantastica, briosa e leggiadra ma insieme anche commovente e intelligente, perché ci ricorda che la memoria non deve essere negli eventi isolati ma nella quotidianità. Straordinaria perché ci ricorda che nella vita si deve sempre trovare un momento per ridere e per non prendersi troppo sul serio, perché la tragicità è già parte di noi, perché è gia esistita, esiste ed esisterà ancora. Perché, come dirà Charlotte, nella vita grazie alla fantasia si può fare tutto.

Tre colori: Film Blu di Krzysztof Kieślowski


L’incipit di Film Blu è durissimo, si percepisce nell’aria rarefatta di ciano lo spettro della morte che incombe, la vita appesa ad un filo; si capisce che è una questione di secondi, l’esistenza è una fiamma labile che può spegnersi sempre.
Dopo lo schianto la solitudine di Julie è resa attraverso una prospettiva soggettiva, da quell’occhio con cui anche noi vediamo il televisore grazie al quale Julie può partecipare al funerale del marito e della piccola figlia. E’ un inizio faticoso ma per questo capace alla perfezione di rendere la vicenda della protagonista, di una donna che in un solo attimo ha perso tutto. Kieślowski ci accoglie così, attraverso il dolore ci apre la porta della mente di Julie, per capirla, non giudicarla ma sentirci vicino a lei, o in lei. La macchina da presa prende lo spettatore e lo porta dentro Julie. Il grande lavoro di Kieślowski, cineasta straordinario, non è stato solo quello di offrirci attraverso il film un ritratto particolareggiato che indaga nell’animo di una donna, che scandaglia il dolore di chi nonostante tutto deve continuare a vivere; ma esser stato capace di esprimerlo sfruttando al massimo e nella loro completezza le potenzialità che offre il cinema. I piani soggettivi, ad esempio, sono uno strumento favoloso per conseguire nell’intento di figurazione da parte dello spettatore, o lo schermo che per cinque volte si chiude a nero. Lo schermo stesso diviene la mente di Julie. Questo “chiudersi” sembra mimare un momento di stacco, di vuoto mentale.
La fotografia saggia lo spettro del colore blu, ricalcando in questo modo il titolo del film. Film Blu è, infatti, la prima pellicola che Kieślowski dedica al significato dei tre colori della bandiera francese cui seguiranno poi Film Bianco e Film Rosso, rispettivamente dedicati ai temi che animano -o dovrebbero animare- questi colori: libertà, uguaglianza e fraternità.
Le tonalità del blu sono riprese in tutta la pellicola: nelle luci, negli oggetti ordinari ma significativi per Julie. Il lecca-lecca blu che scopre nella borsa, lo stesso che stava mangiando sua figlia il giorno dell’incidente, o nei pendagli di vetro blu che inondano le stanze di una luce azzurrina. Come gli altri film della trilogia anche questo è visivamente favoloso; nel rendere questo blu Kieślowski non crea soltanto un film dove la storia ha un forte impatto emotivo, ma un film dov’è anche lo stesso impatto visivo a creare emozioni.
La protagonista assoluta è Julie: dopo l’incidente la vediamo sullo schermo per l’intera durata del film. Juliette Binoche è un’attrice grandiosa capace di esprimere attraverso una fisicità sussurrata l’enorme e folle dolore della protagonista. La macchina da presa, il mezzo cinematografico la segue, l’ analizza. Il metodo “scientifico” di Godard, la camera come microscopio, la vicenda la cellula che viene analizzata.
Kieślowski si chiede cosa sia la libertà, la libertà coincide per Julie con il dover chiudere ogni sorta di rapporto con il passato per poter ricominciare da zero, dal nulla. Il percorso affrontato da Julie nella nuova vita è scandito dai bagni in piscina. Una piscina colorata d’azzurro che sembra avere molteplici valenze. Se da un lato ripropone una tonalità del blu, ricalcando quindi una costante del film, dall’altro, ponendo l’accento sull’elemento acqua, si nota che attraverso i suoi significati simbolici si ritrovano i soggetti attorno ai quali ruota il film.
In ambito religioso l’acqua ha da sempre significato di purificazione. L’acqua trattiene in sé anche il principio della vita, ma, nell’immagine di acqua ferma (l’acqua della piscina è “ferma”, non scorre come, ad esempio, quella di un fiume) porta dentro di sé significato di morte. Quindi in quest’acqua rinveniamo la morte, quella esterna, la perdita oggettiva che adesso è anche dentro Julie; la vita, quella che fuori Julie esiste ancora ma che lei deve ritrovare e la necessità di liberarsi dal fardello del passato.
C’è nel film la vena cruda tipica di Kieslowski. Il passato non è edulcorato, non viene racchiuso nel roseo ricordo (Julie troverà l’amante del marito che aspetta un bambino). La sopravvivenza è intesa come una continua lotta dell’individuo che si combatte nella solitudine. Il fato è un burattinaio che muove gli uomini come marionette. Il corso degli eventi diventa l’immagine di una natura avversa a se stessa. Julie ad un certo punto del film troverà un topo con la sua cucciolata ma non avendo il coraggio di ucciderlo, si farà prestare il gatto dalla vicina.

Blood for Dracula di Paul Morrissey


Dracula deve trovare sangue di vergine, pena la fine della sua stirpe. E quale posto migliore se non la cattolica Italia per trovare una ragazza illibata?
Dopo il barone Frankenstein, Paul Morrissey si cimenta con un altro classico personaggio della letteratura dell’orrore il Conte Dracula.
Per fare questo trasferisce parte delle maestranze della Factory in Italia, dove ha la possibilità di dirigere, tra gli altri, Vittorio De Sica, qui nella sua ultima interpretazione.
Tutto il film varrebbe soltanto per i monologhi del conte Di Fiori, che spera di maritare una delle quattro figlie con l’abbiente conte di Romania. “Dracula, the sound is so intriguing, three syllables Dra-cu-la, I think I like that name!” si ripete nel cercare di convincere la moglie.
Udo Kier riesce ad essere semplicemente fenomenale nella parte del conte dandy, quasi mai brutale, neppure nelle scene che lo richiederebbero. Ne esce una figura malinconia e malata, a tratti quasi ridicola ma mai scontata.
Questi elementi insieme alla scelta degli ambienti, contribuiscono a fare del film una favola decadente, dove gli attori non recitano ma scivolano nei minuti che passano, lasciandosi trasportare dal corso degli eventi. L’ azione sembra svolgersi da sola, o forse si svolge da sola, mentre la macchina da presa cerca di cogliere l’ istante poetico. In questo si sente molto l’ influenza degli anni passati al fianco di Warhol e degli esperimenti girati all’ interno della Factory; mostrare appare sempre più interessante che raccontare, lo dimostra tra le altre cose anche la sceneggiatura pressoché inesistente, e i dialoghi scritti sempre poco prima delle riprese. Può sembrare riduttivo parlare del cinema underground come tale soltanto per mancanza di sceneggiatura, ma è un fattore che contribuisce molto alla libertà di movimento, laddove la libertà è necessaria all’ opera.
Tuttavia in questo contesto che sembra così sospeso nel vuoto del tempo, si interseca per la prima volta in un film di Morrissey la componente politica; forse sarebbe meglio dire che si esplicita poiché sarebbe sciocco dire che i film underground, in quanto impregnati da un certo nonsense non abbiano nel momento della concezione e quindi già a priori una coscienza politica, un certo modo di vedere il mondo e di concepire l’ arte.
Morrissey quindi esplicita la coscienza politica nel personaggio di Mario Ballato, interpretato da Joe Dallesandro; sorvolando sulle capacità recitative di quest’ ultimo, che pur essendo nato nella factory sembra non averne neppure sentito l’ odore, è interessante vedere come Ballato esprime la sua lotta di classe contro i padroni. La falce e martello dipinte sul muro dietro al suo letto e la risposta ad Anton: I’ m not a servant, I’ m a worker riassumono il pensiero di una generazione, che sembrava non aver mai toccato i prodotti della Factory e più in generale la scena dell’ underground newyorkese.
Horror, grottesco, drammatico… questo film non appartiene a nessun genere o forse li mescola tutti.
Paul Morrissey non si è lasciato sopraffare dall’ opportunità di dirigere in Italia, di lavorare con attori come De Sica e Polanskyi, insomma non si è montato la testa. Ha tenuto presenti le sue origini e la lezione di Warhol, creando così un prodotto dall’inconfondibile sapore di quel cinema underground che riesce a rendere magistralmente tutto così finto e vero allo stesso tempo.

Nosferatu, eine Symphonie des Grauens di F.W Murnau

Nosferatu è uno degli esempi della grande genialità dei registi al tempo del muto, quando ancora agli albori del cinema si riusciva a creare capolavori dal valore immenso destinati a rimanere nella storia. La scelta della messa in scena assumeva un valore molto alto, non c’era la parola o meglio la voce con cui poter comunicare e l’ unico mezzo d’ espressione era l’ immagine. Questo apparente limite non era ostacolante, ma faceva sì che si riuscissero a sviluppare al meglio proprio le infinite possibilità che ha la messa in scena. Liberamente ispirato al Dracula di Bram Stoker le controversie e le leggende legate al film sono oramai più che famose. Forse la pellicola ai nostri occhi, abituati alla velocità, allo schiudersi e richiudersi d’ immagini, al frastuono delle parole appare lento, invero è però che è cinema, e al cinema conta ricordare le immagini e queste sono impresse nella mente. La genialità di Murnau fu nel riuscire a far rispecchiare sapientemente l’ anima nell’ ambiente e a delineare in modo nuovo l’ essere stesso dei personaggi.
Lo spirito di Nosferatu, quella del vampiro che simboleggia il male e il presagio di morte è largamente rispecchiato nella scelta degli elementi scenografici. Murnau si avvale di molte riprese in esterno, questo costituiva un’ importante novità rispetto ad un periodo in cui le riprese in esterno erano rischiose e quella dei teatri di posa era una scelta pressoché obbligata; ma anche rispetto alla tendenza generale dell’ espressionismo tedesco che era solito ricreare gli ambienti attraverso possenti scenografie spesso create da veri e propri architetti. E’ in questa natura quindi che Murnau ricerca la presenza del male: dagli elementi più espliciti come la dimora del Conte Orlok, la cui architettura gotica è associata nell’ immaginario comune al male e al mistero, al veliero che solca i mari come un fantasma, fino alla città dove dilaga la peste. Ma anche elementi meno scontati come la iena che si aggira nei boschi.
L’ uso massiccio delle ombre per rappresentare il male, è forse un primitivo esperimento su cui giocheranno poi i grandi film dell’ orrore: la paura che si cela in ciò che non si vede (un’ ombra appunto). Questo, insieme allo svolgersi lento del racconto, riesce a creare un’ atmosfera rarefatta costantemente tesa tra reale ed irreale. Altri elementi invece che ispessiscono l’ aura di mistero, erano quelli già comuni sia all’ espressionismo tedesco che, più in generale, al cinema muto. L’ uso della luce, ad esempio, volto a giocare sul forte contrasto: a zone molto illuminate si contrappongono zone del tutto buie; e gli attori dalla grande capacità mimica (tipica di questo cinema) che spesso tendono dall’ essere personaggi a trasformarsi in vere e proprie maschere. Come appunto una maschera è lo stesso Orlok, realizzato in maniera eccezionale, diventerà uno dei prototipi su cui, nel cinema, si ricalcherà spesso la figura del cattivo. Ultimissimo esempio in questo senso è il critico Ego in Ratatouille che rispecchia palesemente, sia nella caratterizzazione fisica che nelle movenze, il vecchio Conte.
Ma Orlok, il cattivo, subisce durante il film una grande metamorfosi: se le connotazioni fisiche erano state create per mettere in soggezione lo spettatore (anche se ai nostri occhi magari può apparire più ridicolo che spaventoso), durante lo svolgimento la figura “spietata” va mano a mano scemando fino a creare un ritratto sempre più malinconico. Ritratto che si esplicita nella sua totalità nel rapporto con Ellen romanticamente teso tra amore e morte. E una trasformazione che raggiungerà il suo apice nella scena finale, dove il mostro, per un attimo prima di dissolversi per sempre, apparirà ai nostri occhi come uomo.

La Demoiselle d' Honneur di Claude Chabrol

Cosa si cela dietro le villette di periferia, dietro gente del tutto comune e dalla vita ordinaria? Philippe è un geometra che vive una vita tranquilla, un’esistenza senza troppe pretese. Questa monotonia sarà interrotta dall’arrivo di Senta, damigella d’onore al matrimonio della sorella, che piomberà nella sua vita come un fulmine a ciel sereno.
I componenti della famiglia di Philippe potrebbero essere gli archetipi di qualche tipica famigliola borghese compresa di cagnolino: la madre dalla vita sentimentale distrutta che poggia tutte le sue aspettative sul figlio maggiore (“un bravo figliolo”), Sophie, la sorella romantica che vuole solo sposare il “bravo ragazzo” e Patricia la sorellina ribelle.
Senta invece è un elemento di disturbo, del tutto estranea a questo mondo. La cugina dello sposo che nessuno conosce, che si distingue dal resto del branco, quella definita “un po’ strana” ma che nessuno in realtà si sforza di capire. Un personaggio astratto, che vive nel tempo ma allo stesso modo fuori dal tempo, un’eroina che sembra arrivare più da un qualche romanzo che dalla vita reale. Del tutto disinteressata a quello che accade fuori, vive in un mondo suo basato su una fantasiosa follia, cercando di distinguersi da quello di cui non fa parte.
Philippe è il suo unico vero contatto con il mondo esterno, Philippe che si lascia trascinare in questa morbosa storia d’amore; lui vede Senta come la vediamo anche noi, incomprensibile (il mistero sta alla base di quest’attrazione) ma anche a tratti così assurda da sembrare ridicola. E’ lo stringersi di questa morsa che porta avanti una relazione che altrimenti non avrebbe avuto ragione di esistere. Fino alla follia che dominando sempre più arriva all’atto estremo; “è il gesto straordinario che ci mette al di sopra della gente comune” dirà Senta a Philippe, in quella che è la battuta che racchiude tutta l’ideologia del personaggio.
Chabrol indaga ancora dietro l’apparente normalità, per vedere cosa c’ è dentro ciò che a prima vista sembra del tutto comune. Le immagini appaiono scarne, assai prive di bellezza estetica, ma l’attrattiva di questo film risiede in toto nella saggia precisione con cui si delinea la psicologia dei personaggi. Una raffigurazione che emerge soprattutto dalle trame dei rapporti che li legano fra loro, nelle ordinarie conversazioni quotidiane: in casa, al ristorante, sul posto di lavoro. E’ interessante vedere come Chabrol ambienti alcuni dialoghi, in automobile. L’automobile si pone come una sorta di “zona franca” dove si è portati a parlare più apertamente, a riflettere; il procedere dell’auto è un momento di sospensione dove si può togliere la maschera. Sebbene il personaggio più incisivo sia quello di Senta, Chabrol non fa passare in secondo piano neppure i personaggi che hanno poche battute, che appaiono sullo schermo solo per pochi istanti. Sono tutti pezzi dello stesso puzzle, tutti a loro modo indispensabili alla riuscita del ritratto.

Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni


Un robot che sbatte tra una parete e un letto. Rischia di non fermarsi, potrebbe continuare per sempre, è un’automa. Simbolo di alienazione per eccellenza. Giuliana si muove come quel robot, in una Ravenna distrutta dalla mano dell’uomo.Si trascina sconclusionata, estraniata, ma sembra essere anche l’unica ad avvertire la crisi che sta investendo tutti, compresi coloro che non se ne accorgono. Quelli che si fanno grosse risate alle spalle dello squallore.
Il colore rende l’impressione della vita: non c’è il verde dei prati, il blu del mare e l’azzurro del cielo. E’ il grigio in tutte le sue sfumature inespressive a dominare il paesaggio e nello stesso modo a governare la (non)vita delle persone che vi abitano. Solo un rosso artificiale, innaturale, spicca in un violento contrasto.
Giuliana è come quel mare morto dentro, dove non si può più pescare. Se il dorato deserto di Zabriskie, così infinito, libero e magico rispecchia il bisogno di Mark e Daria di sentirsi padroni di sé, capaci di vivere la loro giovinezza, ne Il Deserto Rosso il presagio di morte, insito nella natura fuorviata è il riflesso del suo male di vivere.
Il mondo non è più vivo: la desolazione fa da padrona e la terra si popola di fantasmi. Antonioni lo ritrae in immagini sfuocate, negli uomini avvolti dalla nebbia, nella carcassa della fabbrica che domina sul nulla. Il rosso è il colore della passione, di chi è capace di provare emozioni. Giuliana è anche come questo rosso, sensibile al mondo che la circonda e per questo sofferente. La sua nevrosi altro non deriva che da questa troppa sensibilità, sensibilità che affiora dalle parole apparentemente insensate. L’incessante farneticare di Giuliana nasconde il dolore di chi non riesce a vivere in un mondo disumanizzato, di chi in continuazione cerca un disperato appiglio per andare avanti. Quello che forse pensava di poter trovare nella relazione con un altro uomo, Corrado, ma che in fondo si rivela uguale agli altri. L’assurdo dialogo/monologo con un marinaio che parla una lingua incomprensibile come a evidenziare che le sue parole erano tanto inutili sia con quelli che parlavano la sua lingua che con gli altri. “C’è qualcosa di terribile nella realtà ed io non so cos’è nessuno me lo dice” nessuno può aiutare Giuliana tanto meno quelli che non capiscono e la credono folle.
Ma la spiaggia rosa, la bambina che nuota nel mare cristallino sono un respiro di sollievo: quella natura viva in contrapposizione a quella che l’uomo è stato capace di distruggere. Giuliana soffre perché è quella la sua idea del mondo, Giuliana in fondo non è quella sbagliata. E’ questo mondo morto ad esserlo.
Antonioni ne Il deserto rosso, traccia la crisi dell’uomo che si trova a vivere in una mondo che sembra sempre più volerlo mettere da parte. E’ la crisi che deriva anche dall’industrializzazione, dalla perdita sempre più irreversibile del rapporto tra l’uomo e la terra. Una critica corale rivolta sia alla borghesia che alla classe operaia, che non si concentra sulla ricerca di un responsabile ma che vuole delineare un quadro più ampio. E Giuliana ne è la coscienza sensibile. Un film ancora tanto attuale nel ritratto della crisi intima, della nevrosi non come poetico male di vivere, soltanto interiore, ma come sofferenza causata dalle contingenze esterne. Un mondo sempre meno umanizzato, una società sempre più sorda e distante dai veri bisogni dell’essere umano.

Bella di Giorno di Luis Buñuel

L’oscillazione tra il sogno e la realtà, l’ordinario e lo straordinario che si fondono assieme fino a confondersi.
Che Bella di Giorno sia un film interessante e dalle molteplici sfaccettature non c’è ombra di dubbio, guardandolo però la cosa che più ha intrigato è stata la simbologia. Il fatto che la maggior parte degli elementi siano predisposti con la sapienza di un gran maestro del surrealismo, capace di mostrare il significato recondito dello spirito umano attraverso oggetti che potrebbero sembrare banali. Ogni simbolo ha evocato significati che hanno a loro volta mostrato sentimenti, schiudendo un labirintico mondo onirico nel quale non si finisce mai di trovare e scoprire.
Séverine (Catherine Deneuve) è una donna insoddisfatta che gli eventi e la banalità della vita borghese hanno reso frigida e distaccata. Nell’estremo tentativo di ritrovare se stessa finirà per prostituirsi e diventerà così Bella di Giorno.
La storia oscilla tra i due mondi, quello onirico della fantasia e del desiderio e quello della realtà, del vivere quotidiano. Buñuel rappresenta così un elemento basilare del surrealismo, quello del sogno inteso come momento di liberazione dove l’essere umano esprime il suo istinto reale, diventando allo stesso tempo luogo di rifugio contrapposto al mondo. Séverine prostituendosi da vita reale ai suoi sogni e attraverso questo comportamento considerato immorale e corrotto cercherà in una sorta di analisi di ritrovare se stessa. La casa di madame Anaïs diventa così una specie di limbo tra il reale e l’irreale.
Il reale rappresentato dalle colleghe, che si prostituiscono per un bisogno prettamente materiale e che la sentono diversa da loro chi sei? chiede Charlotte guardando i bei vestiti di Séverine; d’altro lato l’ irreale: il professore dalle bizzarre fantasie sessuali e il cinese dalla scatola misteriosa che parlando una lingua a loro incomprensibile si relega automaticamente nel mondo dell’ ignoto.
I sogni di Séverine risultano poi essere particolarmente interessanti soprattutto nel significato simbolico.
La costante dei sogni è il suono di campane e campanelli. Da sempre la campana ha significato di avvertimento (le campane della chiesa che segnano il fluire del tempo, che avvisano dell’ inizio e della fine della messa). Con questo suono sembra quasi avvertire gli spettatori che è l’ inizio del sogno. Un altro elemento caratteristico dei sogni di Séverine è il paesaggio autunnale, e se, da una parte l’ autunno è il momento che associamo alla tristezza, al cadere delle foglie, all’ arrivo dell’ inverno e più generalmente all’ idea di fine e morte, qui Buñuel sembra soffermarsi sul significato del colore emblema dell’ autunno: il marrone, che rappresenta infatti la soddisfazione del desiderio sessuale e la necessità di essere liberati da ciò che opprime.
Due sembrerebbero essere i sogni cui il regista a voluto dare più rilievo: il sogno della mandria e quello del rito necrofilo.
Il sogno della mandria è il sogno che rappresenta la svolta, dove Séverine indossa per l’ ultima volta i panni della vittima. E’ il sogno con più richiami alla situazione reale di Séverine.
Pierre e Husson curano una mandria di bestiame nella Camargue. I due uomini sono intorno al fuoco, riscaldano una zuppa e Pierre esclama: “E’ gelata, non riesco a scaldarla” è il primo e chiaro riferimento alla moglie, con la quale ha un rapporto distaccato. Alla domanda che ore sono invece risponde “Dalle due alle cinque, ma non più tardi delle cinque!”, il momento in cui Séverine è a casa di madame Anaïs (sentiamo spesso ripetere Séverine ma non più tardi delle 5).
“Hai tori si danno gli stessi nomi come ai gatti?”
Qui si introduce un altro elemento ricco di significati simbolici, il gatto; sarà proprio il miagolio a diventare un’ altra consuetudine nei sogni di Séverine e ad introdurli insieme al suono delle campane.
Il gatto animale misterioso nella sua storia adorato o bistrattato è stato spesso il simbolo della magia, del maligno di un mondo notturno e ignoto. Eppure qui risulta avere una valenza del tutto positiva: attraverso il miagolio insieme alle campane saranno introdotti sogni che, come avevo accennato, vedranno la presa di coscienza di Séverine che si trasforma anche nel mondo onirico in fautrice dei suoi desideri, non sognandosi più come oggetto passivo ma bensì come elemento attivo e conscio delle sue decisioni. Il gatto è da un lato la sentinella che con il miagolio ci avverte dell’ entrata nel sogno, dall’ altra è (in Freud) l’ eterno femmineo, simbolo della donna padrona di se stessa.
Nel sogno del rito necrofilo si vede in un primo tempo una Séverine pacata che sorseggia latte (simbolo della vita e della purezza) al Bois de Boulogne. L’ ambientazione belle époque esplica che siamo nella realtà altra. L’ incontro con il duca e il dialogo tra i due si presenta come uno scambio di battute surreale dove in ogni parola è celata l’ idea di morte (la gatta, la notte, il sole nero). Séverine acconsente di prendere parte ad uno strano rito che verrà compiuto nella villa del duca.
Come si è visto fino a questo punto tutto il film è incentrato sulla figura di Séverine, ogni altro personaggio diventa marginale e ruota intorno alla complessa caratterizzazione psicologica della protagonista. Ne è un esempio anche il muoversi stesso della macchina da presa: molti eventi accadono fuori dal quadro e ci sono presentati soltanto attraverso le espressioni del volto di Séverine.

Ad assumere il ruolo di personaggio dalla svolta è Marcel interpretato da un più che mai fascinoso Pierre Clémenti. Fin dal suo esordio si capisce che sarà colui che cambierà gli equilibri della storia.
Il lungo impermeabile nero, la pelle diafana, i denti argentati fanno di Marcel l’ anima dannata, capace di sentimenti estremi di amore e morte. Sarà l’ unico a imporsi veramente a Séverine volendo amarla anche di notte. Un personaggio del tutto teatrale sia nella caratterizzazione fisica, ma anche e soprattutto della mimica e nella gestualità: i movimenti del bastone, la voce cadenzata, le espressioni del volto ne fanno una maschera. Clementi sembra muoversi tra gli ambienti del film come su un palcoscenico, con una presenza, che al pari di quella di Séverine relega gli altri attori a spettatori.