Viridiana di Luis Buñuel


La polemica che Buñuel rivolge alla religione è un attacco all’idealizzazione del mondo e la poetica del Maestro che fa capo all’avanguardia surrealista, si pone – banalizzando al massimo– di vedere la parte sommersa dell’ice-berg. E’ in quest’ottica che va letta Viridiana: da una parte la prospettiva rovesciata, anti-idealistica e non religiosa, che non sia il bene a trionfare sul male ma anzi il contrario e dall’altra la volontà di leggere ciò che non è scritto.
Viridiana è una giovane novizia che, su consiglio della madre superiora, poco prima di pronunciare i voti si reca a trovare Don Jaime, suo zio e suo benefattore. E’ da questo ritorno nella quotidianità che Buñuel fa scontrare la ragazza (che nella sua veste di religiosa rappresenta il bene) con la realtà che invece scoprirà essere permeata dal male. La pellicola è una sintesi di tutti i temi cari al regista: vi troviamo il suo spiccato animo anticattolico e antiborghese, l’indole anarchica, il cinismo verso il moralismo e naturalmente l’attenzione alla sfera psicoanalitica.
Don Jaime rappresenta un’antica aristocrazia terriera spagnola, dedita alle opere di bene e al lavoro. La moglie di Don Jaime è morta il giorno delle nozze e da allora l’uomo per ricordarla usa indossare il suo abito da sposa. Una sera convince Viridiana ad indossare l’abito della defunta moglie e dopo averla addormentata cerca di abusare di lei senza però riuscirci. Il mattino dopo le fa credere d’averla posseduta gettando la ragazza nello sconforto. Viridiana decide quindi di tornare in convento, ma appena prima di salire sull’autobus viene a conoscenza di una terribile notizia: Don Jaime si è impiccato.
In questa prima parte del film Buñuel utilizza uno dei suoi abituali e amati cliché: quello del lapsus d’azione. L’evento, cioè, che prende una strada del tutto diversa a causa di una circostanza che imprevedibilmente non ha luogo. La morte della moglie il giorno delle nozze rimanda al feticismo sessuale di Don Jaime; il mancato atto d’amore porta al suicidio e soprattutto la mancata partenza, per una manciata di secondi, di Viridiana, sancirà, con il ritorno a casa dello zio, la definitiva sconfitta del “bene”.
Ritornata alla tenuta Viridiana incontra suo cugino Jorge. Egli rappresenta il doppio moderno del vecchio Don Jaime, lo sviluppo dall’antica aristocrazia terriera alla borghesia rampante. Buñuel, ricalcando quello che all’epoca nella società spagnola fu il passaggio da “vecchio” a “nuovo”, mostra come un popolo pur apparentemente evolvendosi, conservi in sé le medesime accezioni negative che hanno caratterizzato le generazioni precedenti. La ragazza decide di rimanere ed approfittare di una parte della casa per esercitare il suo spirito di religiosa, trasformando una parte del possedimento in un ostello per poveri. La critica di Buñuel si rivolge ai mendicanti esattamente come alla ricca aristocrazia e ai religiosi, tra questi mondi per il regista non c’è alcuna differenza: è solo la compassione (intesa nel suo significato più popolare ovvero come pietà e non come patire con ovvero soffrire insieme) che porta l’uomo a guardare alla miseria senza la lucidità necessaria. Per sottolineare le similitudini tra questi mondi Buñuel, lavorando sul montaggio, contrappone la scena in cui Viridiana prega insieme ai mendicanti alle immagini di operosità del lavoro, al fine di porre l’accento sul meccanicismo di entrambe le azioni. Dal punto di vista del montaggio, anche se del tutto funzionale al racconto, è uno dei rari guizzi di ricerca stilistica presente nel cinema del Maestro. Buñuel non è tanto interessato alla ricerca estetica quanto al voler trasmettere le sue tesi, costruendo il film in una forma abbastanza semplice di melodramma. Le sue immagini sono pacate, il bianco e nero sobrio e la macchina da presa segue le azioni dei personaggi senza scomporsi. Una dolcezza di stile che spesso può anche stonare con ciò che invece il regista sta mostrando; il tocco di Buñuel è il tocco di un maestro, le sue immagini contro la religione, irriverenti, forse blasfeme non sono mai rozze e scontate, ma sempre di una ricercatezza eccellente si schiudono e richiudono nel gioco dell’intravedere. Si pensi ad esempio a Don Jaime che guarda la bambina della governante mentre gioca con la corda (che personalmente trovo agghiacciante), oppure, celando riesce a mostrare immagini ancor più sconvolgenti: nell’epilogo del film, il banchetto dei mendicanti, due dei conviviali consumano un rapporto sessuale dietro un divano dove sono messi a dormire i bambini; Buñuel non mostra tanto i due adulti ma inquadra in primo piano i volti dei bimbi come a voler mostrare che anche l’innocenza capace di fermare l’immoralità, altro non è che un alibi di cristiana memoria. Ma è nell’epilogo del film che si condensa tutta l’anima surrealista di Buñuel: rimasti soli i mendicanti decidono di dare un banchetto nella parte della casa dove viveva Don Jaime, trasformando quella che doveva essere una cena “da ricchi” in una chiassosa orgia. Sporcano e distruggono la quiete che nascondeva la vera anima della casa, trasformano in esplicito ciò che era stato fino a quel momento celato. Per poi mettersi in posa per quella foto mai scattata sull’Ultima Cena con cui Buñuel, maestro in irriverenza, tocca uno dei picchi più elevati della sua sarcastica iconoclastia.

10 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

film dalla grande potenza espressiva, è vero, ma dal messaggio di fondo assai discutibile a mio parere. è forse un po' razista e retrò, anche per il suo tempo, tuttavia resta un grande esempio di buona tecnica cinematografica.

monia ha detto...

sinceramente mario, a me bunuel più che retrò mi sembra secoli avanti a noi...e per nulla razzista ma anzi esplicativo del fatto che non sono le categorie a contare ma le persone. mi pare sciocco contestualizzare tutto, oltre che tipicamente italian/cattolico.

Anonimo ha detto...

Bella recensione, anche se stona un pò chiamare "maestro" un anarchico. Non trovi?
A dire il veo Bunuel è un autore che conosco poco o niente e non so nemmeno perchè. Mi giustifico pensando che Wittgenstein non conosceva qui nessun grande filosofo.
Sul fatto che contestualizzare sia da italiani e da cattolici non sono d'accordo con te. Dovresti essere più precisa. La contestualizzazione pensataper giustificare sempre e comunque le azioni è certo un carattere tipico della moralità cattolico-gesuita. La lettura di un'opera d'arte attraverso un contesto non ha necessariamente questo carattere, dal momento che una buona lettura si interessa poco o niente alla giustificazione e molto alla descrizione.
A presto. Paul da http://controreazioni.wordpress.com/ (metto il link qui perchè non riesco a linkarlodiretamente al nome)

monia ha detto...

paul: per prima cosa forse dovresti vedere il film, perchè discutere a scatola chiusa non è molto semplice (e poi perchè è davvero un film che merita di esser visto). in secondo luogo bunuel è l' unico regista che mi sentirai chiamar maestro anche e proprio perchè vero anarchico.
nella recensione quello che volevo dire mi sembra spiegato bene (e se non hai visto il film è un pò difficile da spiegare ma ci provo): mario sostiene che il messaggio di bunuel (ovvero "anche i poveri possono essere cattivi") sia razzista. mentre bunuel sostiene che ciò è dovuto al sentimento cristiano cattolico che mostra un' idealizzazione del mondo, una divisione tra buoni e cattivi che in realtà non esiste. inoltre, ma questo è gia scritto, la compassione mostrata verso le persone meno fortunate altro non è che pietà volta a pulirsi la coscienza. d' altra parte il mio è un discorso per così dire anarchico e posso capire che bunuel stoni a molti proprio a causa dell' educazione che magari ci è stata imposta fin da piccoli e che anche inconsciamente si manifesta nei comportamenti . naturalmente tutti sanno, penso lo stesso bunuel, io te e tutti quanti, che poi esiste anche il contrario ma ovviamente questo è un film che vuole mandare un messaggio ben preciso, d' altra parte bunuel ha sparato a zero anche su nobiltà e borghesia ma non penso davvero intendesse "contestualizzare" visto che i suoi amici e lui stesso non erano davvero proletari (ma cmq bunuel ha parlato male anche del proletariato^^).

"La lettura di un'opera d'arte attraverso un contesto non ha necessariamente questo carattere, dal momento che una buona lettura si interessa poco o niente alla giustificazione e molto alla descrizione." -----> non ho molto capito cosa intendessi dire, la mia non è una lettura contestualizzata, anzi, è del tutto in generale.
ciao, a presto^^!

Anonimo ha detto...

Dunque. Con l'ultima frase volevo dire che la lettura di un'opera d'arte, così come la sua composizione, hanno poco a che vedere con la morale. L'arte è descrizione del reale - una descrizione particolare differente da altre - ma pur sempre descrizione. Nel caso che tu citi, se il reale descritto stona rispetto a categorie semplicistiche come quella "povera gente -brava gente", non è certo colpa dell'arte. Per dirla alla Godard, "non un'immagine giusta, ma giusto n'immagine".
Prometto che vedrò il film, quando riuscirò a trovarlo. Adesso vorrei vedere, e commentare, Germania in Autunno, di Fassbinder.
In effetti io non discutevo a scatola chiusa del film, ma a scatola "aperta" del rapporto tra contestualizzazione e morale cattolica, perchè non mi convinceva. Leggere qualcosa nel suo contesto mi sembra qualcosa di obligato, anche Kandinsky ha avuto un contesto. Un anarchico questo lo sa bene, perchè sa che è il contesto a impedire la libertà della persona. Il problema non risolto dell'anarchia è che nessuno è riuscito a superare questa indispensabilità dei contesti. Anche Bunuel immagino utilizzi un linguaggio parzialmente appreso, nel momento stesso in cui usa una macchina da presa anche un anarchico lavora su una tradizione (per quanto poi la possa rivoluzionare o irridere).
Detto questo, vado a rasarmi che la biblioteca di storia moderna e contemporanea mi attende. Lì si che un anarchico potrebbe girarci un film sull'isteria dei micro-poteri.
A presto, Paul
P.s.: Quando vorrai proporre altri pezzi su controreazioni a noi, penso di poter parlare anche per Chiara, farà piacere avere di nuovo qualche pezzo tuo.

monia ha detto...

Mah, dipende cosa intendi per morale. Godard ha sempre fatto il ganzo con le sue frasine ad effetto, ma non era lui che diceva che il cinema è sempre politico? Mi dispiace ma non credo che l’ arte sia una semplice descrizione del reale perché mentre l’ artista crea è nella realtà e la sua opera è una descrizione influenzata dalla “sua” visione del mondo e dagli eventi che contestualizzano quella creazione. Qualsiasi creazione artistica porta dentro di sé l’ idea di chi la genera e di conseguenza si scontra o meno con l’ ipotesi popolare di realtà.

“In effetti io non discutevo a scatola chiusa del film, ma a scatola "aperta" del rapporto tra contestualizzazione e morale cattolica, perchè non mi convinceva. Leggere qualcosa nel suo contesto mi sembra qualcosa di obligato, anche Kandinsky ha avuto un contesto.”

Per quanto riguarda “scatola chiusa” non intendevo dire che parlavi senza cognizione di causa (se hai capito questo mi dispiace), ma semplicemente dire che è un po’ difficile spiegare un concetto così complesso senza aver visto quello di cui stiamo discutendo, tanto più che non stiamo parlando ma scrivendo^^.
Mentre io rispondo a una persona che ha un’ idea differente della mia rispondo dal mio contesto al suo contesto questo è ovvio. Nel caso però mi sembra che il mio contesto sia più che anarchico in quanto non limita nessuna ipotesi mentre l’ altro contesto che ho chiamato probabilmente sbagliando itlian/cattolico stringe il campo di libertà della discussione. Io non dico che c’è “il bene” e “il male” ma che sono valide entrambe le ipotesi e che dentro “il bene” esiste anche il male e viceversa. Il problema dell’ anarchia a mio avviso non è non riuscire a eliminare i contesti ma non riuscire ad allargarli, dopotutto è vero chiunque vive nel suo contesto ma se questo è totalitario e limitante della libertà qualcuno dovrà pur dirlo. L’ anarchia dato che si basa sul concetto di libertà svincolato da regole che tutelino quest’ ultima, ha di base il rispetto per più opinioni: ripeto quella di bunuel quando parla di religione è una completa libertà perché presuppone più strade mentre chi parla da religioso (ma anche da ateo, perché secondo bunuel e anche secondo me^^ anche l’ ateismo è un freno alla libertà dell’ uomo) esclude a priori qualcosa (in questo caso che dei poveri possano essere uguali –nei comportamenti negativi- ai borghesi, e forse questo ad esser ancora più razzista). Quello che l’ anarchico lavora sulla tradizione mi sembra normale, quello che siamo deriva da ciò che è stato prima di noi. Anarchia non significa solo sovvertire le tradizioni, ma soprattutto metterle in discussione, se così fosse allora un anarchico non dovrebbe neanche mangiare con la forchetta.
Vabbè basta, quanto ho scritto^^, io e la sintesi proprio…
Per me va bene, mi piace collaborare con te e chiara, magari mettiamoci d’ accordo sul film da analizzare o sul regista… insomma ditemi voi, io da buona anarchica non so mai dove sbatter la testa^^

Luciano ha detto...

Un film che scandalizzò gli "ambienti" più gretti dell'epoca (Franco, l'Osservatore Romano). Palma d'oro vinta meritatamente. Un regista che sento profondamente mio, forse perché (oltre al suo modo incredibile di fare cinema)i temi che tratta mi sono particolarmente vicini.

monia ha detto...

...il bello o il brutto (dipende da come la si vede) è che scandalizza ancora... anch' io lo sento vicino come regista e sopratutto sento molto vicino il suo modo d' intendere la realtà! ciao!!

Alicesu ha detto...

Volevo scrivere che il film mi ha colpito per la complessità che nasconde nella semplice messa in mostra della distinzione tra bene e male ma dopo tutti i commenti, ho dimenticato che volevo dire...

monia ha detto...

ciao alice!!! bè sì il film è un film profondo "vestito" , se così si può dire, molto semplicemente.