Midnight in Paris di Woody Allen

Quando si fa dell’ arte e del cinema che deve essere prêt-à-porter, se non s' iscrive l'opera in un genere e se ne seguono gli stilemi, uno dei metodi più semplici per attirare il pubblico è un escamotage di sicuro impatto. In questi tempi, unanimemente considerati bui, quale espediente migliore se non la nostalgia?
Midnight in Paris è un film che avrebbe potuto “essere” ma non è stato: i molti sbocchi di discussione, l’ ambientazione parigina che da sola “fa” cinema, il ritorno romantico all’ arte intesa come vita, sono mozzati bruscamente e immersi in una nebbia, densa e insopportabile come l’ utilizzo massiccio che Allen fa della profondità di campo ridotta.
Lo spettatore quindi non ha tempo o spazio per riflettere sui molti interrogativi che accennano i protagonisti della storia, ma a rapirlo è la sfilata delle grandi figure della storia dell’ arte che Gil (Owen Wilson) incontra durante le sue passeggiate notturne per le strade della Ville Lumiére; d’ altra parte chi riesce a riflettere sul valore del proprio presente mentre sullo schermo madame Gertrude Stein accusa Picasso di essere un petit-bourgeois? Invero è proprio su questo che il film dovrebbe far riflettere lo spettatore, ovvero sulla quotidianità spicciola di ogni epoca, il cui valore è relativo sia all’ ambiente in cui si vive sia a come si vive.

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In questo senso il personaggio per così dire di svolta è la bella Adriana, interpretata da Marion Cotillard, perfetta nelle vesti di parigina anni ’20; è lei che pur essendo stata amante di Modì, di Picasso e pure di Hemingway non riesce ad amare l’ epoca in cui vive e pensa che la vera golden age sia stata quella della Parigi di fine ‘800, di Maxim, del Moulin Rouge e del cancan.
Come lo spettatore anche Gil non si fa domande sul tema universale del ricordo, ma continua a pensare al suo microcosmo. Gil per tutta la pellicola continua a credere che per essere un bravo scrittore debba rimanere a Parigi, sentire l’ influenza degli scrittori degli anni ’20 e passeggiare sotto la pioggia. E’ solo con un analisi critica che lo spettatore riesce a considerare quello che, almeno per chi scrive, è il perno su cui riflettere ovvero che una reale golden age non esiste. In questo senso pure Gil come il film rimane tagliato a metà: avrebbe avuto modo di porsi degli interrogativi ma non l’ha fatto. Dopo aver incontrato i grandi scrittori americani che popolavano Parigi negli anni ’20, sussegue un climax che lo intrappola nel miele della nostalgia come un’ ape felice di sguazzarci (ma che infondo ne perisce) incontra Dalì, Buñuel e Man Ray che poco centrano con lui quanto personaggio e rimasto a Parigi non a caso s’ innamora di una giovanissima ragazza che guarda caso lavora in un mercato dell’ antiquariato.
Cosa Allen voglia dirci con questo film per la sottoscritta rimane un mistero, un mistero nemmeno tanto invitante quanto tale e che piuttosto assume la forma dell’ informe, di un pensiero galleggiante alla deriva  che non ha senso nemmeno se letto attraverso i canoni nonsense dei surrealisti che sfilato insensatamente alla fine del film.
Midnight in Paris sottolinea per l’ ennesima volta che il grande regista di Io e Annie è stato fagocitato dal suo ruolo e che Gil  è il so ennesimo alter-ego che, come il regista di Manhattan, non sa bene cosa vuole e cosa pensa. La pellicola finisce così per essere un mero esercizio di autoerotismo dove tutti gli stilemi di Allen sono riproposti in un ambientazione parigina che è, purtroppo, talmente modellata sul gusto gretto del turista americano che non riesce neppure ad esplodere nella sua inerme bellezza… nemmeno bagnata da quella pioggerellina autunnale che da sola, in altre epoche, riusciva a fare un film.

5 commenti:

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