Pierrot le Fou di Jean-Luc Godard


Au clair de la lune, mon ami Pierrot
Prête-moi ta plume, pour écrire un mot.


Il rosso e l’azzurro. Uno il colore della passione, l’altro quello della libertà. Passione e libertà. Sono forse questi, in fondo, i due presupposti che hanno sempre animato il cinema di Godard, e Godard stesso? Due colori comuni, ma capaci di nascondere dietro la loro banalità un significante enorme. Allora Pierrot è anche questo: la banalità che s’ impregna di significato. Stupido e superbo insieme. Stupido e superbo solo come chi nella vita ogni giorno grida: “Io so di non sapere”. E serve coraggio, soprattutto se si crede davvero. Ma in fondo cosa sono la passione e la libertà? Sono le doti che sconfiggono gli schemi prestabiliti? Hanno ancora valore nel cinema, o ne hanno mai avuto? La creazione porta in grembo la sfida, è la madre che distrugge i dettami imposti. Il cavaliere che combatte contro i mulini a vento che ha nel cuore la malinconia dell’artista. Pierrot, la maschera triste, il mimo che contempla la luna pallida come il suo viso diviene l’antieroe romantico che si tinge il volto di libertà.
Il cinema è emozione. Lo diceva già Renoir, parlando d’arte. E il cinema è arte, un’arte cosciente e non effimera. Per nulla inutile. Può anche servire a dirci chi siamo; un determinato cinema. Quello che non ci dice chi siamo non è cinema, è un mero prodotto culturale. Il cinema non è cultura.
Il cinema è l’immagine. Le forme che si combinano assieme e restituiscono vita alla vita. E’ il fascino dell’inquadratura che n’è l’identità stessa. Il quadro è il nostro “occhio”, l’unica possibilità che abbiamo per vedere quel mondo, ha la colpa di essere il nostro grande limite ma il merito di essere anche la nostra unica e infinita opportunità. Se ne fa un uso personale, è solo una questione di scelta e sta a noi decidere da che parte stare, se scegliere di entrare o rimanerne fuori. Il cinema in fondo non esiste è come il tempo. E questo è il suo mistero. Forse allora è proprio vero che il cinema è emozione, forse chi per la prima volta aveva visto le immagini in movimento si era emozionato proprio per aver visto l’invisibile, aver guardato in faccia il tempo, per la prima volta. Il cinema riesce a carpire l’istante, quell’attimo che non tornerà mai più, lo prende e lo immortala per sempre. Lo fa vivere nel momento stesso in cui altrimenti sarebbe morto. Belmondo e Anna Karina emergono dalla sabbia. E’ l’immagine della nascita e della morte, dell’inizio e della fine, l’emblema stesso dell’esistenza in un solo piano. La morte e la vita si ritrovano lì, su quella riva e s’ intrecciano. E’ il tutto, è la linfa dell’essere. E’ il cinema.

7 commenti:

ROSSO CREMISI ha detto...

ADORABILE
uno dei film più belli che io abbia mai visto.

monia ha detto...

non posso che esser d' accordo con te! è uno dei miei film preferiti, penso che nessuna parola riesca a rendere cos'è questo film!

J. Doinel ha detto...

straordinario! Insieme a "Questa la mia vita" e "Il diprezzo" tra i film di Godard che preferisco! Le citazioni di Rimbaud sono perfette, si incastrano benissimo con la storia.

Comunque ti faccio i complimenti per il blog! Davvero interessante, mi sa che lo terrò sott'occhio per qualche consiglio! bye!

monia ha detto...

ah grazie!!! bè pierrot le fou è un manuale di cinema, una non-storia emozionante, un perfetto caos ^^... vivre sa vie e le mépris sono due film straordinari, ma del resto non credo di poter dire che qualcosa di godard non lo sia, le sue opere sono sempre al di sopra del senso comune di cinema.

42nd parallel ha detto...

mi aggiungo a chi si complimenta per il tuo blog, davvero ben fatto e di buon gusto. tra l'altro i miei autori preferiti sono tutti qui...su pierrot le fou poco da dire, gran bel lavoro, assieme a le petit soldat e a bout de souffle il mio preferito di jlg. da segnalare che la poesia che marianne dedica a ferdinand/pierrot sono gli ultimi versi di un componimento di prevert, mi pare l'ultimo contenuto in "parole". blog speciale, lo seguirò...

monia ha detto...

grazie mille per i complimenti...^^ non sapevo che quella poesia fosse di prévert, adesso la cerco, d' altra parte dai film di godard non si finisce mai d' imparare ;)
a presto!

Glauber ha detto...

Questo cinema è afasia dall'inizio alla fine, afasia che ripercorre le omissioni dell'industria dello spettacolo. Un film in cui la messainscena stana la menzogna profilmica proprio perchè ipocrita e fallace è la realtà (politica, culturale, filosofica che sia) che dietro vi si nasconde. Nonostante ciò veniamo sommersi di poesia, di cinema, di pittura, di frasi di diario, persino di sillabe che divengono cupi presagi del passato: SS in associazione ad ESSO. Questi sono gli spazi fra i soggetti di Velasquez di cui si parla all'inizio come gli spazi fra i mondi disgiunti . In tutto questo si cerca la realtà del riflesso, l'eternità ritrovata per un attimo prima che sopraggiunga il tramonto.